Rock and Roll can never die: …Like Clockwork

Recensione di Matteo Scantamburlo

TEMPO DI LETTURA 4 MIN.

Al giorno d’oggi il rock è spesso visto come un genere decadente,

se non addirittura morto, incapace ormai di produrre i capolavori di un tempo per via della poca creatività delle band storiche e della mancanza di nuove proposte. I più critici verso il genere tendono a essere proprio i suoi ascoltatori, che, non trovando o forse non volendo trovare progetti interessanti tra le uscite più recenti, finiscono per rifugiarsi nostalgicamente nei grandi classici.

Effettivamente il genere è pressoché scomparso dalle classifiche e nell’ultimo decennio non è quasi mai riuscito a produrre hit radiofoniche, cosa che invece aveva continuato a fare in quello precedente, rendendo dunque difficile la diffusione di nuove proposte a livello mainstream.

Tuttavia la musica rock di qualità continua a esistere ancora oggi

e per ricercarla non è sempre necessario avventurarsi nell’underground. Grandioso esempio di ciò è …Like Clockwork, album del 2013 dei Queens of the Stone Age, gruppo californiano già autore nel 2002 dell’acclamato Songs for the Deaf, rispetto al quale il disco non solo regge il confronto, ma rappresenta anche un’evoluzione del sound classico della band. 

…Like Clockwork è infatti un disco consapevole, che fa tesoro del passato del gruppo senza però risultare stantio, grazie a una produzione di altissimo livello e alle sperimentazioni sonore del cantante e chitarrista Josh Homme, ispiratissimo tanto nei riff quanto negli assoli.

La ricerca del suono dell’ex membro dei Kyuss inizia nella prima traccia,

Keep You Eyes Peeled, che accoglie l’ascoltatore con una melodia lenta e sinistra brutalmente rotta, però, dal ritornello, in cui il suono distorto ed effettato delle chitarre si fonde perfettamente con la voce di Homme, interprete perfetto di un testo cupo e introspettivo. A questa enigmatica intro si contrappone il secondo brano, I Sat by the Ocean, pezzo rock dalle sonorità radio-friendly, che risulta piacevole e scorrevole nel suo alternarsi di strofe e ritornello, quest’ultimo impreziosito dal sapiente uso del falsetto da parte di Josh Homme e dagli assoli in slide guitar.

Anche dopo questi primi due brani completamente diversi la band continua a dare prova della sua duttilità in The Vampyre of Time and Memory, con Homme che si siede al piano e inizia ad intonare con grande trasporto emotivo un malinconico brano sulle difficoltà dell’amore. Qui il cantante, ben sorretto dagli arrangiamenti e dalla produzione, rende giustizia a un testo profondo con una delle sue migliori interpretazioni vocali.

Dopo questo inizio poliedrico l’album ha un momento di stabilizzazione nelle due tracce seguenti, entrambe orientate sul rock classico.

La prima, If I Had a Tail, presenta una melodia incalzante e divertente ad accompagnare la sarcastica critica di Homme al materialismo della società moderna, e vede la comparsa delle prime “guest star” del disco: alla fine della canzone è infatti facilmente udibile il controcanto di Alex Turner degli Arctic Monkeys, mentre alla batteria troviamo Dave Grohl, già presente in Songs for the Deaf e accorso dopo l’abbandono di Joey Castillo durante le registrazioni. L’ex Nirvana rimane anche per le canzoni seguenti e dà il meglio di sé nella quinta traccia, My God is the Sun, nella quale la sua verve dietro al kit e un riff fantastico di Josh Homme danno vita ad una cavalcata rock travolgente ed estremamente ben prodotta.

L’ascoltatore arriva dunque alla metà del disco lasciandosi alle spalle una prima parte di ottima fattura e notevole varietà, ma …Like Clockwork riesce addirittura ad alzare l’asticella nelle cinque canzoni rimanenti, a partire dalla suggestiva Kalopsia. Questo pezzo fa accomodare l’ascoltatore in un’atmosfera sognante per poi risvegliarlo con un ritornello deciso, ma perfettamente integrato all’interno del brano, presentando un’alternanza strofa-chorus simile a quella di Keep Your Eyes Peeled, senza però condividerne il mood negativo.

Segue come settima traccia Fairweather Friends, pezzo basato non su un vero e proprio riff ma piuttosto su un susseguirsi di parti soliste, in cui la sezione ritmica è data dal pianoforte di Elton John, altro super ospite dell’album, che lega le diverse parti del ritornello e conferisce al brano un incedere trionfale, su cui viaggia spedito Josh Homme, splendidamente accompagnato dai cori di Trent Reznor dei Nine Inch Nails e dello stesso Elton.

L’album continua a stupire con Smooth Sailing, pezzo che cattura immediatamente l’ascoltatore

con un groove pazzesco, su cui si muove agilmente il falsetto di Homme, con il leader del gruppo che confeziona anche un assolo azzeccatissimo. Il brano è molto lontano dallo stile classico dei Queens of the Stone age, ma risulta del tutto credibile, anche grazie alla solita produzione di prim’ordine.

Giunto quindi alla fine di questo ottavo brano l’ascoltatore è sicuramente appagato dall’ascolto, ma inizia a sentire la mancanza di un brano che elevi il disco, di un capolavoro.

E il capolavoro arriva puntuale con I Appear Missing, toccante brano di sei minuti sull’esperienza ospedaliera di Josh Homme, in cui il leader dà voce al suo trascorso sorretto dai riff del magnetico ritornello. Anche in questo pezzo si rivela fondamentale l’apporto di Dave Grohl, che con un lungo drum break collega brillantemente il secondo ritornello con il bridge, al termine del quale Homme si esibisce in uno straordinario assolo in slide guitar, in cui è racchiusa tutta la sofferenza vissuta dal leader nel periodo narrato.

Spetta dunque alla malinconica title track, nonché ultima canzone del disco, l’ingrato compito di seguire ad I Appear Missing. Tuttavia anche in quella che può sembrare una semplice ballad al pianoforte Josh Homme continua a stupire con la chitarra.

Dopo due strofe, infatti, l’ex Kyuss si lancia in un altro grande assolo, accompagnato da un ricercato arrangiamento di archi e cori, che va a chiudere in bellezza un album giovane, ma già imprescindibile nella collezione di qualunque appassionato del genere.


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