In Rainbows – Radiohead

Recensione di Matteo Scantamburlo

TEMPO DI LETTURA 3 MIN.

Copertina dell’album

È il 2007 quando i Radiohead decidono di rilasciare In Rainbows,

il loro settimo album in studio, la cui uscita è accompagnata dallo scetticismo del mondo della musica. La band, infatti, non è solo senza etichetta discografica dal 2004, anno di scadenza del loro contratto con la EMI, ma ha addirittura deciso di rilasciare il disco sul suo sito ufficiale secondo il sistema pay what you want, una mossa mai azzardata prima da un gruppo di questo calibro.

Tuttavia è proprio la produzione indipendente dell’album che conferisce alla band di Oxford la totale libertà creativa e compositiva che rende In Rainbows un lavoro unico nella discografia della band. Il disco esce a dieci anni dalla pubblicazione di OK Computer e chiude una decade che ha visto, oltre all’appena citata pietra miliare, le sperimentazioni elettroniche di Kid A e Amnesiac e il ritorno al rock delle origini con Hail To The Thief, facendo coesistere tutte queste esperienze in una formula nuova, all’interno della quale i diversi stili del gruppo si intersecano tra di loro.

In Rainbows è proprio questo,

un album in cui la band fa tesoro del proprio percorso musicale creando ancora una volta un prodotto diverso e al passo con i tempi. Questo è chiaro fin dalle prime due tracce, 15 Step e Bodysnatchers: la prima apre il disco con un beat elettronico che porta subito alla mente dell’ascoltatore le sonorità di Kid A, ma che lascia presto spazio agli arpeggi di Johnny Greenwood, su cui si muove con leggerezza la voce di Thom Yorke, accompagnata dalla suggestiva produzione di Nigel Goldrich.

Il ritmo incalzante e movimentato del brano lo rende l’apertura perfetta per il disco, che prosegue con le chitarre distorte dell’esplosiva Bodysnatchers, la quale continua a trasportare l’ascoltatore con un crescendo di intensità fino a creare una travolgente cavalcata finale.

Questo inizio dinamico e coinvolgente serve da preparazione ad una sequenza di tracce che rivela tutta la magia dei Radiohead toccando vette musicali ed emozionali elevatissime.

Nude è una canzone che rapisce l’ascoltatore

creando un’atmosfera eterea alla quale si aggiunge un’interpretazione da fuoriclasse di Thom Yorke, che sfrutta il suo straordinario falsetto per raccontare un testo maestoso. La canzone, intrisa del pessimismo tipico della band, parla della tendenza della natura umana a cercare insistentemente qualcosa per poi trovarla e rendersi conto che non era ciò che ci si aspettava e invita quindi a non avere grandi piani o aspettative, perché non saranno soddisfatti.

Se dunque Nude è un rapimento, Weird Fishes/Arpeggi è un viaggio: il brano è introdotto dalla batteria di Philip Selway, alla quale si aggiunge prima la chitarra di Jonny Greenwood, poi quella di Ed O’Brien e infine quella di Thom Yorke, andando a creare il triplo arpeggio che da’ il titolo al pezzo.

Su questo straordinario crescendo viaggia un Thom sognante,

che racconta di seduzione ed innamoramento con un’altra grande prova vocale. La magia non accenna a finire in All I Need, quinta traccia dell’album, in cui ritorna il tema dell’amore non corrisposto, già presente nella celeberrima Creep, ma qui trattato in maniera più matura e meno rabbiosa, con l’autore che usa una serie di metafore per descrivere la sua inadeguatezza nei confronti della persona amata (I’m an animal trapped in your hot car).

Il vero highlight della canzone arriva però dopo il secondo ritornello, quando Thom si siede al pianoforte e inizia a cantare un alternarsi di It’s all right/It’s all wrong suonando una sequenza di note da brivido, trasmettendo tutta la confusione dell’innamorato respinto.

L’album continua con Faust Arp, brano arpeggiato breve ma azzeccatissimo, e Reckoner, che continua a incantare l’ascoltatore grazie all’ennesima interpretazione impeccabile di Yorke e all’arrangiamento di archi di Jonny Greenwood, per poi trovare un momento di calma in House of Cards e avvicinarsi alla conclusione con i fittissimi arpeggi di Jigsaw Falling Into Place, che offre un crescendo tecnicamente ancora più avanzato di quello di Weird Fishes e sfrutta la metafora del puzzle per descrivere brillantemente l’attrazione nata tra due persone che incontratesi casualmente ad una festa.

Il disco termina con la struggente melodia di Videotape,

in cui Thom Yorke presta la voce a un uomo morente che saluta i suoi cari registrando un messaggio in una videocassetta. La performance vocale è toccante e il semplice arrangiamento di pianoforte crea un’atmosfera unica che accompagna dolcemente l’ascoltatore alla fine di un disco maestoso, prova di come i Radiohead non siano mai sazi e abbiano ancora voglia di produrre gemme del genere.


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