Bartleby lo scrivano – Hermann Melville

Recensione di Viola Bertoletti

TEMPO DI LETTURA 4 MIN.

Copertina del libro “Bartleby lo scrivano

“Rivedo ancora quella figura, scialba nella sua dignità, pietosa nella sua rispettabilità, incurabilmente perduta!”.

Con queste parole il narratore, un avvocato di Wall Street, descrive Bartleby lo scrivano, inconsapevole protagonista di questa enigmatica vicenda.

Nell’anonimo ufficio legale in cui Melville ambienta il racconto, lo stereotipato sogno americano costruito sul mito della modernità, con tutte le false promesse che un materialistico sguardo al futuro porta con sé, si perde nel moto meccanico della copiatura dei documenti.

Gli stessi copisti, che il narratore introduce con nomignoli animaleschi: Turkey (tacchino) e Nippers (chele), con i loro sistematici cambi di umore nel passaggio dalla mattina al pomeriggio, contribuiscono direttamente al funzionamento di un organismo sociale mostruoso nelle sue spastiche dinamiche.

L’ufficio legale rappresenta perciò l’emblema della burocrazia: la faccia grigia della società del lavoro con il suo petulante formalismo. 

È evidente la critica di Melville verso questo apparato, servo del capitalismo, presentato nel suo attaccamento a una meccanicità che ignora i propri scopi e che è quindi incapace di abbracciare la globalità degli eventi.

Irriducibilmente astratto e squisitamente insensato appare così questo piccolo mondo delimitato da pareti bianche, la cui unica finestra si affaccia su un alto muro cieco.

A scardinare gli ingranaggi di questo sistema è proprio il nuovo scrivano Bartleby,

la cui semplice comparsa intacca fin dal principio gli equilibri dell’ufficio.

Inizialmente Bartleby si mostra particolarmente ligio alle sue mansioni, copiando senza sosta i documenti che gli vengono assegnati, ma nel corso del racconto egli comincia progressivamente a respingere anche le più modeste richieste del suo datore di lavoro, fino ad arrivare al totale rifiuto del suo elementare compito di scrivano: scrivere.

Il moto passivo-sovversivo dello scrivano si esprime con un’unica, continuamente ripetuta frasetta: I would prefer not to, ovvero: preferirei di no. L’aridità di questo manierismo espressivo, ripetuto come un mantra nel corso del racconto, ha il carattere irremovibile di ciò che non ammette né replica, né compromesso; infatti davanti a questo laconico motto, l’eloquenza viscida e accomodante tipica del contesto burocratico non ha alcun potere. 

L’avvocato, esemplare esponente di questo mondo, non può far altro che sbigottire di fronte a una tanto caparbia risposta. 

Allo stesso tempo però, l’azione di resistenza passiva del protagonista si esprime con l’educato linguaggio formale dell’ambiente d’ufficio e la sua persona conserva anche lo stesso inutilmente meccanico modo di fare; egli rappresenta infatti l’esasperato prodotto della società capitalista. 

A metà della storia il sempre più costernato avvocato scopre che Bartleby non lascia mai lo studio, trascorrendo non solo il giorno ma anche la notte seduto alla propria scrivania, entrando così a far parte in un certo senso dell’arredamento dell’ufficio, facendosi così elemento integrante della grande macchina del lavoro. Lo scrivano è dunque un automa, ma dotato di volontà, anzi, per meglio dire, di preferenza.

Tuttavia la sua preferenza è assolutamente priva di senso e finalità, come emerge da una sua incomprensibile risposta: al momento avrei preferenza a non essere un poco ragionevole. 

La sua volontà è amorfa e aleatoria e perciò ingiustificabilmente irragionevole. 

Questa così insondabile figura risulta unicamente votata all’inutilità, impersonando in questo modo ciò che l’utilitarismo del sistema considera il male del mondo. 

Bartleby è l’elemento che non si incastra con il resto del puzzle, la rotellina difettosa che si mette di traverso e spezza gli ingranaggi; e per questo l’organismo bulimico in cui vive, in cui viviamo, lo giudica folle.

Poiché con il suo preferirei di no egli rischia di ostacolare il moto frenetico che è invece tenuto ad assecondare, Bartleby merita il carcere, ma con la morte diventa martire. 


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