HURT, DUE VOLTI DI UNO STESSO DOLORE

Recensione di Matteo Scantamburlo

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Realizzare una cover è generalmente il primo step della carriera di un musicista,

è infatti molto più facile replicare una canzone già esistente piuttosto che produrne una propria, come d’altronde è più semplice coinvolgere un pubblico con un brano già noto invece che con un inedito. Fare una cover è facile, ma realizzarne una capace di reggere il confronto con l’originale o addirittura di superarlo è un’arte per pochi, che richiede un’originalità ancora maggiore che per una canzone autografa. In una grande cover infatti l’artista deve rendere personale la canzone interpretata, incanalando la propria proposta artistica in un brano scritto non da lui, ma che diventa di conseguenza suo, scrollandosi di dosso l’ombra dell’originale.

Questo riuscì a Jimi Hendrix nell’esplosiva All Along the Watchtower,

classico brano folk di Bob Dylan poi trasformato dal chitarrista di Seattle in un concentrato di assoli e psichedelia, oppure a Jeff Buckley, che nella sua reinterpretazione dell’Hallelujah di Leonard Cohen infuse umanità in ogni parola del testo del cantautore canadese, onorandolo di una sacralità inedita. Due cover straordinarie, riconosciute universalmente tra le migliori di sempre e ormai parte integrante del catalogo dei due interpreti, ancora più di quanto non lo siano in quello degli autori originali.

Tuttavia non sempre una grande reinterpretazione oscura la canzone da cui è tratta,

ma spesso offre un interessante cambio di prospettiva creando un confronto tra  due versioni diverse, come nel caso di Hurt, brano dei Nine Inch Nails coverizzato da Johnny Cash nel 2002. Un pezzo audace, sia dal punto di vista musicale, per il suo riarrangiare acusticamente un brano sì lento, ma in cui erano comunque percepibili sonorità industrial, sia da quello interpretativo, con Cash che offre una versione totalmente personale di una canzone già di per sé carica di significato.

Hurt è infatti il brano di chiusura del capolavoro dei Nine Inch Nails, The Downward Spiral,

Trent Reznor, dei ‘Nine Inch Nails’

concept album in cui viene raccontata l’angosciante discesa di un uomo nella sua depressione, che, alimentata da paranoie e dipendenze, lo porta al suicidio. La canzone racconta proprio le sensazioni del protagonista, difficile dire se ancora vivo o meno, in seguito all’atto estremo e si apre con una frase che riassume alla perfezione l’opera di nichilismo che è The Downward Spiral: “I hurt myself today, to see if I still feel, i focus on the pain, the only thing that’s real”. Hurt è l’ultimo respiro di un uomo che, una volta toccato il fondo di quella spirale discendente che lui stesso ha creato, ripercorre la sua storia con disprezzo, sapendo di essere il vero responsabile della propria rovina.

L’angosciante testo di Trent Reznor, la sua lacerante interpretazione vocale e il rumore assordante alla fine della canzone

rendono Hurt un brano unico, ampiamente celebrato sia dai fan che dalla critica, concorde nel ritenerlo una delle migliori closing track degli ultimi decenni. Per tutte queste ragioni destò grande stupore la scelta da parte della leggenda della musica country Johnny Cash di inserirla nel suo album di cover American IV, The Man Comes Around. Il primo tra gli scettici era proprio il leader dei Nine Inch Nails, Trent Reznor, che aveva mostrato qualche perplessità temendo che la cover potesse risultare “caricaturale”, per poi ricredersi totalmente una volta ascoltato il brano insieme alla visione del video, dichiarando di essersi sentito come se avesse appena “perso la ragazza”, perché la canzone non era più sua.

La Hurt del Man in Black è un brano spiazzante e intensissimo,

in cui il settantenne Cash interpreta le desolanti parole scritte dal ventottenne Reznor come se fossero sue, ritrovandosi nella storia di autodistruzione e rimorso di cui il brano rappresenta l’epilogo. La performance vocale del cantautore è toccante, la sua voce baritonale non è forte e incalzante come nei suoi classici country, ma suona addirittura tremante in certe parti della canzone, come nell’ultima frase, “If I could start again, million miles away, I would keep myself, I would find a way”

Questa drammatica outro è l’ultimo respiro di Cash,

Jonny Cash

morto l’anno successivo al rilascio del pezzo, che in questa indimenticabile interpretazione riesce a raccontarsi in maniera talmente personale da far sembrare il brano suo, offrendo una visione per certi versi simile a quella originale, ma che assume un significato totalmente nuovo nel contesto del cantautore.

Con la sua Hurt infatti Cash non oscura in alcun modo il brano originale,

anzi lo esalta, donando alle parole di Reznor un significato universale e slegandole dal concept di The Downward Spiral, creando così una cover di valore assoluto, ancora oggi uno degli esempi più brillanti di un’arte che in pochi nella storia della musica sono riusciti a esprimere in maniera tale.


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