Cesare pavese: un ritratto dello scrittore dA giovane, a cura di Federico Musardo

Intervista di Carlo Danelon

Ai lettori della rivista ho il piacere di presentare un’intervista a Federico Musardo, fondatore del Culturificio e soprattutto curatore di Pavese, Non ci capisco niente: Lettere dagli esordi, a c. di F. Musardo, Roma, L’orma editore, 2021.
 
Vorrei iniziare con una domanda di deontologia del selettore, per così dire, perché io sono uno che alle bancarelle evita sempre come la peste «il fiore di…» o le «opere scelte»: non voglio che il curatore scelga per me cosa posso leggere. Tu eludi questa resistenza con un’operazione drastica e insieme creativa, tramite alcune decisioni programmatiche fondamentali: solo lettere dagli esordi, presentate in rigoroso ordine alfabetico, fino alla pubblicazione del primo libro di Pavese, Lavorare stanca. L’ultima lettera, spedita ad Alberto Carocci e datata 24 gennaio 1936, esprime infatti l’entusiasmo dell’autore per l’uscita della raccolta di poesie. Potresti spiegare le ragioni e gli obiettivi di queste scelte?

Grazie intanto per questa chiacchierata virtuale e, ancora di più, per questo interesse verso Pavese. Negli ultimi tempi ho rivalutato l’idea di antologia, selezione, florilegio… se dovessi individuare un momento preciso per questa conversione, probabilmente sarebbe quando ho aiutato quella che allora era solo una cara amica a individuare un corpus di poeti del Novecento per un progetto di dottorato. Lì ci siamo interrogati a lungo sul senso di un’operazione del genere, che è sempre, inevitabilmente arbitraria. Come avviene quando si traduce un testo, si tratta di una perdita, di un sequela implacabile di microscopiche assenze, perdite, mancanze… e quando si compie una scelta è impossibile non interpretare – anche ciò che manca, come si sa, ha un significato. Tutto questo per arrivare a Non ci capisco niente. Stavo studiando Pavese da parecchi mesi per la stesura di alcune appendici critiche a corredo delle nuove edizioni Garzanti. L’epistolario di questo scrittore, tranne certe lettere più redazionali conservate presso il fondo Einaudi dell’Archivio di Stato di Torino, è edito in due volumi degli anni Sessanta (1966). Da allora sono stati stampati libri che contengono parte di quell’epistolario, ma diverse lettere non sono più comparse.
Quando ho proposto l’idea del pacchetto agli editori mi sono presentato con sei o sette percorsi diversi, lì poi sono subentrate la bravura e la lungimiranza editoriale di Lorenzo Flabbi e Marco Federici Solari.
 
L’incipit della tua Introduzione è molto elegante, ma anche un po’ enigmatico. Vorrei perciò partire da qui: «Spesso ridotto a mero scrittore generazionale, da leggersi nell’adolescenza, Cesare Pavese, come tutti i grandi fabbricatori di miti, è un autore che, pur nella sua compattezza tematica e stilistica, nasconde vastità quasi insondabili». Si potrebbe sorvolare giustificando l’aura della soglia, però te lo chiedo comunque, perché di fatto è la prima definizione che dài di Pavese nel libro: in che senso Pavese è un «fabbricatore di miti»? E chi sono gli altri? Al lettore ingenuo verrebbe da applicare questa categoria al solo Pavese dei Dialoghi con Leucò. 

Una bella domanda! L’espressione è quasi ossimorica; i miti infatti non si creano ex abrupto, a tavolino, da soli. Sono per loro stessa natura collettivi, frutto di una civiltà. Alcuni scrittori però, più di altri, tendono verso di loro. Pavese coltiva per tutta la vita una passione viscerale per l’antichità, soprattutto per il mondo greco – non solo nei Dialoghi con Leucò, forse il suo libro più amato, senz’altro il più frainteso. Tralasciando l’idea di un mito personale, di Pavese in quanto personaggio di sé stesso, il Pavese saggista trasfigura epicamente il Piemonte e l’idea che ha dell’America –  idea perché non ci andrà mai – a partire dalla letteratura e dalla mitologia. È un universo squisitamente letterario, ma è solo un esempio eclatante di un meccanismo più complesso.In un meraviglioso romanzo di Giorgio Vasta, Il tempo materiale, c’è un’espressione che potrebbe rendere questa idea ben meglio delle mie parole: «prigioniero mitopoietico». Pavese insomma filtra la realtà, individuale o collettiva che sia, attraverso le lenti del mito.
Per chi lo conosce, pensandoci bene, sto scrivendo banalità. Se quell’introduzione dovessi ripensarla oggi probabilmente non mi esporrei così tanto!

A proposito, nell’introduzione sollevi anche la questione di un paio di luoghi comuni. Il primo è quello di Pavese «scrittore generazionale», «da leggersi nell’adolescenza». Trovo curioso però che questa tua osservazione inauguri una raccolta che dell’autore «apre una finestra proprio sull’adolescenza». Il Pavese «degli esordi» è già uno scrittore capace di abbattere e superare l’ostacolo generazionale? Insomma, l’autore adolescente sa parlare intimamente al lettore non più adolescente?

Secondo me, non ancora. Pavese adolescente è prima di tutto, appunto, un adolescente, con tutti gli scombussolamenti emotivi ed esistenziali che molti di noi avranno provato tra i banchi di scuola. In ogni caso chi impugna una penna è sempre un potenziale scrittore. Per Pavese, come per tanti altri, il confine che separa la vita dalla letteratura è labilissimo, la sua è la classica, topica, commovente ingenuità di un ragazzo che sogna e, caparbiamente, scrive.
Dopo il periodo dell’adolescenza, immagino che (ri)leggerlo da vecchi sia l’ideale - va bene che ho varcato la soglia dei trenta, ma potrò confermarlo o smentirmi solo tra qualche tempo!
 
Affrontando poi il secondo luogo comune, in questo caso un vero obiettivo polemico, hai il merito di mettere in luce «un’autoironia e, talvolta, […] una forza d’animo e […] un coraggio del vivere che giungeranno forse inattesi a chi conserva dell’autore solo l’immagine monolitica e inscalfibile di un uomo triste e sconsolato». E in effetti Pavese è l’autore che nella lettera a Tullio Pinelli datata Settembre 1926, accanto a molte altre espressioni capaci disseminate nella raccolta capaci di suscitare una schietta simpatia nel lettore, scrive: «Non mi resta più che scusarmi se ho tardato tanto a risponderti, perché devi sapere che quando giunse la tua lettera io ero a quel tal paese, in quella tal casa, che voglio morire se fra cent’anni non sarà monumento nazionale. Ci sono nato io, oh!».Qual è l’origine di questo luogo comune? Secondo te i due pregiudizi sono collegati, o meglio è anche questa distorsione prospettica sul “personaggio” Pavese - uno dei più noti personaggi letterari della nostra storia nazionale - a nutrire le fila di chi lo ritiene un autore generazionale? 

Sicuramente su Pavese pesa la scure del suicidio, un atto che ha condizionato tutto.L’errore prospettico è pensare che sia un autore tutto serioso, tutto austero, tutto tragico… sono banalizzazioni imbarazzanti, bisogna sempre relativizzare.Un sedicenne insicuro, un po’ spaccone e un po’ melodrammatico, anche se lo vagheggia, da un punto di vista tematico va ben al di là del suicidio. Come giustamente ricordi, per esempio, Pavese è una persona brillantemente (auto)ironica, divertentissima, certe volte anche vittima di un umorismo involontario, e questa qualità attraversa tutta la sua produzione. Il Pavese editore non è da meno: a un signore che proponeva un manoscritto, dopo avergli confidato che col tempo aveva appreso a riconoscere «l’ingegno e le capacità» di uno scrittore dal suo «tono epistolare», Pavese gli risponde che il suo non sembra promettere «nulla di buono». Insomma Pavese faceva anche ridere, spesso in un modo sagace ed elegante (tranne che per alcuni dei suoi corrispondenti). 

Se è vero che Lavorare stanca e, come afferma Pavese nella lettera a Carlo e Tullio Pinelli da te citata a conclusione dell’introduzione, «“comporre” […] disgusta la vita» a un autore invece «tutto contento e felice» di scrivere lettere, qual è secondo te il rapporto tra le lettere e le opere narrative di Pavese? Inoltre, una domanda sempreverde per le raccolte epistolari: sono state scritte almeno in parte pensando a un’ipotetica pubblicazione o questa si deve soltanto all’iniziativa di Lorenzo Mondo e Italo Calvino?

Ricordiamoci sempre che sfogliando queste pagine stiamo leggendo le parole di un sedicenne che desidera ardentemente coltivare un proprio stile, anche, certo, attraverso gli scambi epistolari. Da un punto di vista linguistico, tra saggi, poesie, interventi più militanti, racconti, romanzi e quant’altro Pavese è uno scrittore molto versatile, raramente uguale a sé stesso.
Ci sono lettori che adorano il poeta, altri l’ideatore dei Dialoghi con Leucò, altri ancora lo scrittore delle lettere e così via… si scrive sempre pensando a un pubblico, lo sappiamo, sia esso l’insieme dei lettori, un lettore ideale o il compagno di banco. Non possiamo sondare le ragioni intime della scrittura, né per Pavese, né per altri – ed è un bene.

Nella prima lettera, datata Novembre 1924 e spedita all’amico Mario Sturani, Pavese promette che «un giorno o l’altro saprà scrivergli qualcosa che non sa se comprenderà, che sarà lo sfogo di tutta la sua giovinezza». Se dovessi scegliere un libro di Pavese, quale potrebbe essere l’adempimento di questo giovanile, auspicato «qualcosa»?

Ci ho pensato a lungo, ma non saprei rispondere. L’idea di “testamento spirituale” è pesantemente condizionata dalla vicenda biografica dell’autore. Scarterei i Dialoghi con Leucò, a dispetto di quanto sostengono molti critici, perché rappresentano un unicum all’interno della sua produzione.Le poesie, soprattutto quelle inglesi, sono criptiche. Forse suggerirei La luna e i falò, l’ultimo romanzo. Ma non ne sono sicuro.
 
A proposito, scrive ancora Pavese, nella lettera datata Agosto 1926 all’amato professore Augusto Monti: «Scribacchio e studio tutto il santo giorno e quando, preso dalla rabbia, scappo fuor di casa, ho intorno un giogo di colline, tutte boschi, ch’è una meraviglia vagabondarli». Dalla Casa in collina alla Luna e i falò, è chiaro che il paesaggio collinare sia uno sfondo costante dei suoi romanzi, scelto con la fedeltà di un’ossessione. Qui sembrano già esserne espressi i semi: quanta parte del Pavese maturo c’è già, secondo te, in queste lettere degli anni ’20? Quanto è legittimo riconoscere in queste lettere i semi di ciò che solo molti anni dopo fiorirà a pieno?

Lo stralcio che citi sul vagabondare per le colline mi ha fatto venire in mente la famosissima lettera di Machiavelli a Francesco Vettori, quasi rovesciata di segno, dove lo scrittore fiorentino esalta l’unicità della letteratura, anche come consolazione dalle brutture del mondo  – apparentemente, dunque, quello di Pavese è l’ennesimo esercizio letterario, che rischiando può essere letto come un tirocinio all’intreccio, alla scrittura narrativa, e ancora una volta, per Pavese, la vita si interseca con la letteratura.Rispetto invece alla continuità tematica, sicuramente ha a che fare con il mito (leggendo Steinbeck, ad esempio, nonostante la specificità di ciascuna trama, quanti lettori riconoscono a colpo d’occhio le sue ambientazioni?). C’è un critico letterario del Novecento, Charles Mauron, che teorizza i miti personali e le metafore ossessive – ovvero, banalizzando, immagini ricorrenti della vita di uno scrittore, dalle prove giovanili agli ultimi anni. Senza spingersi così in là, anche perché sarebbe un riferimento decontestualizzato, è innegabile che questa tensione verso il paesaggio collinare sia un tratto distintivo dell’autore già prima che pubblicasse qualcosa.

Chiuderei allora questa nostra chiacchierata con un’altra domanda all’incrocio tra vita privata e attività editoriale. Come si concilia il tuo ruolo di direttore del Culturificio con la tua attività di curatore? Scaduti i diritti d’autore, editori diversi da Einaudi, da Adelphi a L’orma, hanno giustamente puntato sulla ristampa di Pavese: ci sono altri importanti lavori in corso? Tuoi, magari?

Ho un file di Word in cui raccolgo tutte le pubblicazioni pavesiane che ho intercettato da due o tre anni a questa parte, più come lettore che come aspirante curatore. Sono decine (per fortuna).Senza uscire del tutto dal mondo dell’editoria, sul quale cerco di restare sempre aggiornato anche grazie al Culturificio, negli ultimi anni ho scoperto il piacere speciale della traduzione, un mondo a sé. Magari un giorno parleremo anche di questo!
Non mi resta che ringraziare Federico Musardo ed esortare il suo benemerito editore, dato il successo editoriale della proposta, a una ristampa: renderebbe un prezioso servizio ai lettori e a una memoria fedele del grande autore.

Grazie ancora!