C’era una volta a Seattle

Recensione di Matteo Scantamburlo

TEMPO DI LETTURA 4 MIN.

Immagine che ritrae i "Big 4" sopra la scritta Grunge.

Sono poche le correnti musicali a poter vantare un’importanza simile a quella avuta dal grunge nei primi anni ’90,

periodo in cui questo movimento tipico di Seattle conquistò il mondo con le sue chitarre distorte, la sua attitudine anticonformista e le sue camicie di flanella. 

Tuttavia le radici di questo genere sono da ricercarsi nella metà degli anni ’80, quando nell’underground di Seattle si distinguevano i Green River, autori del primo disco grunge di sempre, Come on Down, che presenta sonorità a metà strada tra il rock tradizionale, il punk e uno stile descritto dalla band stessa con l’aggettivo grungy (sporco, sudicio). Dopo un altro album rilasciato indipendentemente la band si sciolse, con il cantante Mark Arm e il chitarrista Steve Turner che scelsero di continuare una carriera di nicchia con i Mudhoney, mentre il bassista Jeff Ament e l’altro chitarrista Stone Gossard cercarono fortuna nei Mother Love Bone, la cui promettente carriera finì però sul nascere, dopo il primo disco, a causa della morte per overdose del frontman Andrew Wood nel 1990. 

Questa tragedia turbò profondamente Chris Cornell, coinquilino di Andrew e cantante degli allora sconosciuti Soundgarden. Egli decise di onorare la memoria dell’amico fondando una band in suo tributo: i Temple of the Dog, composti dal batterista Matt Cameron, dai già noti Gossard, Ament e da un altro cantante emergente destinato a far parlare parecchio di sé, Eddie Vedder. 

Lo straordinario album omonimo del gruppo fu rilasciato nel 1991 e, pur non avendo un grande successo commerciale, trovò il riscontro della critica, che da qualche tempo aveva messo gli occhi su questo genere di Seattle. 

Infatti era da qualche mese che su MTV veniva trasmessa a rotazione una canzone grunge:

Man in the Box degli Alice in Chains. Il singolo, estratto dal disco d’esordio Facelift (1990), segnò la svolta del genere, che per la prima volta uscì dall’underground e si presentò al grande pubblico. Gli Alice in Chains, guidati dal cantante Layne Staley e dal chitarrista Jerry Cantrell, posero dunque le basi per l’esplosione del grunge, datata 24 settembre 1991. Quel giorno i Nirvana, giovane trio già autore di Bleach nel 1989, pubblicarono il loro secondo lavoro, Nevermind.

Il successo fu senza precedenti, l’album scalò le classifiche in pochi mesi e generò una sfilza di singoli leggendari come Lithium, Come As You Are, In Bloom, e ovviamente Smells Like Teen Spirit. L’album, ispirato tanto al punk delle origini quanto all’alternative rock di quel periodo (Pixies e Sonic Youth su tutti), divenne l’emblema di questo movimento con le sue sonorità potenti e i testi enigmatici e anticonvenzionali di Kurt Cobain, portavoce di una nuova generazione.

La grande onda grunge generata da Nevermind fu immediatamente cavalcata dai Pearl Jam, formati dai già citati Vedder, Gossard e Ament, a cui si aggiunsero il chitarrista Mike McCready e il batterista Dave Abbruzzese. Questi, con il loro disco d’esordio Ten, proponevano un sound meno punk rispetto a quello dei Nirvana e ispirato piuttosto dal classic rock e da cantautori come Bruce Springsteen e Neil Young. Anche Ten fu un enorme successo e generò classici come l’epica Alive, la controversa Jeremy e l’emozionante Black.

Nello stesso periodo anche i Soundgarden di Chris Cornell riscontrarono un ottimo successo con il loro Badmotorfinger,

che li posizionò all’interno dei cosiddetti “Big 4” del grunge insieme a Nirvana, Pearl Jam e Alice in Chains. Il grunge era sul tetto del mondo e il suo successo non accennava a finire: nel 1992, mentre Nirvana e Pearl Jam si esibivano in concerti leggendari, gli Alice in Chains rubarono la scena con Dirt, il loro secondo album. Questo disco, pregno di influenze metal e hard rock, mostrò il lato oscuro del grunge con atmosfere cupe, riff distorti e continui riferimenti all’eroina, ma fu comunque un grande successo commerciale, grazie anche al singolo Would?, dedicato ad Andrew Wood.

Al macabro Dirt si contrapponeva il sound più commerciale dei vari gruppi che in quel periodo si unirono al fenomeno grunge, uno tra tutti gli Stone Temple Pilots, che però nonostante l’enorme successo non ebbero mai grande riscontro critico.

Il genere continuò il suo periodo d’oro nel 1993, con Pearl Jam e Nirvana che si confermarono; Vedder e soci rilasciarono Vs., mentre la band di Cobain pubblicò In Utero, disco molto intimo che rivela il tormento interiore di Kurt, che si manifesta in maniera evidente anche nello straordinario Unplugged in New York, una delle ultime esibizioni del leader, che, tormentato dalla sua incapacità di gestire la fama e dalla dipendenza dall’eroina, si suicidò il 5 aprile 1994 a 27 anni.

L’avvenimento significò l’inizio della fine per il grunge,

che con la morte del suo profeta iniziò a perdere l’autenticità e l’attitudine che l’aveva reso grande, ma che ebbe comunque modo di produrre i suoi ultimi capolavori. I Pearl Jam ebbero un riuscito cambio di stile con Vitalogy mentre gli Alice in Chains produssero uno degli album più oscuri e malinconici del decennio con Jar of Flies, disco in gran parte acustico e caratterizzato dalle incredibili armonie vocali di Staley e Cantrell.

Il vero canto del cigno del genere fu però Superunknown dei Soundgarden, che trascinati dalle performance vocali di Cornell regalarono un altro classico imprescindibile per ogni appassionato di quel movimento ormai morente, ma che aveva cambiato il mondo della musica e non solo restituendo al rock quell’autenticità che sembrava essersi persa da tempo e incarnando in pieno la celebre massima del suo padrino Neil Young: “It’s better to burn out than to fade away”.


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