UNA STORIA VERA: UN FILM IN QUATTRO PAROLE

Articolo di Giulio Paroli e Pietro Phelan

Un film, quattro parole, due letture. No, non è un sudoku e no, non stiamo dando i numeri. È semplicemente il nostro modo di parlare di Una storia vera. Tramite quattro parole chiave ci poniamo l’obiettivo di dare due letture diverse (ma compatibili) del bellissimo film del 1999 diretto da David Lynch. Al lettore la facoltà di scegliere in quale si ritrova di più, senza però negare la possibilità di aprirsi anche alla tesi opposta.

Trama

Alvin è un vecchio uomo che vive in una remota cittadina nelle campagne dell’Iowa. Improvvisamente viene a sapere che suo fratello Lyle, con cui non parla da anni per via di un’antica lite, è molto malato. Decide allora di partire a bordo di un piccolo trattore (a causa della sua età, questo è l’unico mezzo di guida a sua disposizione) per andare a far visita al fratello che vive nel lontano Wisconsin.

PRIMA LETTURA

La prima parola di questo film è “semplicità”. 
Semplicità, prima di tutto, umana: questa è una storia di persone povere, contadine. Una vicenda che si svolge nella campagna americana, lontano dagli sfarzosi degli attici delle grandi metropoli e dai loro avveniristici skyline. Lynch è interessato all’America rurale, là dove il capitalismo non è ancora arrivato e vivono persone umili, che portano con loro un bagaglio di valori tradizionali (senza che questo sia sinonimo di conservatori) ormai da tempo perso nelle grandi città. 
La semplicità è poi nelle parole di queste persone: le linee di sceneggiatura sono misurate, ridotte all’essenziale, mai retoricamente vuote. Lo stesso Alvin è un uomo che parla per vissuto, rifacendosi alla saggezza popolare; non è una persona istruita e molto saggiamente gli sceneggiatori evitano di mettergli in bocca parole auliche o concetti troppo austeri e alti. Ne è un esempio la famosa sequenza dei bastoncini davanti al falò. Ad un certo momento del suo viaggio, Alvin incontra una giovane ragazza che, infreddolita e affamata, gli chiede di poter sedere con lui davanti al fuoco che lui ha acceso per la notte. L’uomo accetta e le offre del cibo; mangiando i due iniziano a chiacchierare, e la ragazza gli rivelerà di essere scappata di casa perché incinta e impaurita dalla possibile reazione della sua famiglia davanti a tale notizia. L’anziano protagonista, per spiegarle il valore e la forza del vincolo familiare, userà come esempio un’immagine molto semplice: dei bastoncini fragili che, se presi da soli, sono facili da spezzare, mentre se legati insieme diventano quasi indistruttibili. Ebbene, questa scena è perfettamente coerente con il personaggio di Alvin: egli ha ben presente la forza dei valori a cui vuol fare riferimento, e la riesce a tradurre in un’immagine altrettanto potente, ma di una semplicità disarmante. Metafore complesse e ricercate non sarebbero credibili pronunciate da questo personaggio. Al contrario, egli si esprime, coerentemente con se stesso, con immagini tangibili di cose che si possono vedere e toccare, non concetti astratti e lontani, difficili da afferrare. Un’immagine semplice come quella dei tanti piccoli bastoncini legati insieme, che risulta però, proprio in virtù di tale semplicità, estremamente efficace. 
La semplicità, infine, è anche nel comparto tecnico; come accennato prima, l’intera storia (che in sé abbiamo capito essere quasi banale: un road movie che attraversa le verdi pianure e colline tra Iowa e Wisconsin) si svolge lungo le strade della campagna centroamericana, all’aperto. Non entreremo quasi mai all’interno di un edificio o di un luogo chiuso: la luce sarà quasi sempre quella naturale e la scenografia quella che la natura offre. Una ricerca di purezza ed essenzialità che parte da una ripulitura anche di fotografia e scenografia: un tentativo di ridurre al minimo tutto ciò che possa essere finto o artificialmente costruito, premiando la poesia dei campi di grano sotto il Sole o dei tronchi d’albero illuminati da un falò nella notte.
La seconda parola con cui descrivere quest’opera è "delicatezza". 
Anche le scene più emotivamente forti sono trattate, infatti, in modo assai delicato. 
Non troveremo mai una potente musica strappalacrime ad accompagnare i momenti toccanti, né lunghi retorici commoventi dialoghi a gonfiare le interazioni tra personaggi. Tutto è estremamente composto, e ogni personaggio sembra quasi essere accarezzato e cullato da un regista profondamente in sintonia con le vicende dei suoi protagonisti. 
Una delicatezza che diventa poesia quando si tratta di immagini: la macchina da presa si muove con una leggerezza sconcertante e riesce a catturare ogni singola espressione di Alvin, prendendola per come è: vera, senza enfatizzarla eccessivamente o, peggio, compatirla. La poesia allora sta proprio nell’autenticità delle emozioni messe in scena, delicatamente rappresentate, ma mai ingigantite oltre la loro dimensione.
Un film che, si perdoni il possibile qualunquismo, non sembra nemmeno americano per come è composto: sappiamo come Hollywood ci abbia abituato a momenti tanto emozionanti quanto pieni e tronfi. Invece in questo film tutto è posato e ridotto all’essenziale. 
Anche qui, a dimostrazione di quanto detto, portiamo l’analisi di una scena: l’incontro finale di Alvin col fratello Lyle. Piccola nota a margine: il volto scavato e consumato di Harry Dean Stanton (che interpreta il fratello malato) è qualcosa di meravigliosamente triste e burbero. Con un semplice primo piano Lynch riesce a far immaginare allo spettatore tutta la rude personalità del ritrovato fratello e i motivi del litigio che hanno separato i due personaggi per anni. Si potrebbero scrivere fiumi di parole a riguardo, ma non è questo quello che ci interessa oggi.
Questo toccante ultimo incontro tra i due protagonisti arriva a conclusione di un lungo viaggio di ricerca, fatto di piccoli ostacoli logistici (il carburante che finisce) e di ben più dolorosi ricordi (l’omaggio agli amici caduti con il compagno reduce di guerra nel bar). Ebbene, qui dove si sarebbe potuto dare il via a un trionfante momento Hollywoodiano, fatto di abbracci pianti e musiche strappalacrime, Lynch sceglie la via della delicatezza: la regia si compone di semplici (ancora) campi e controcampi sul viso ruvido dei due fratelli, non c’è alcuna musica ad accompagnare, e le parole dei due sono poche e laconiche. È un incontro taciturno, intimo, commosso. 
Tutto ciò è perfettamente coerente con il tipo di persone che sono i due fratelli: di poche parole e assolutamente non avvezze a mostrare le loro emozioni. Ogni eventuale ulteriore aggiunta, sarebbe stata un inutile surplus.

SECONDA LETTURA

Quando si pensa a David Lynch, realismo, semplicità e delicatezza non sono certo le prime parole che vengono in mente. Maestro dell’assurdo, del grottesco e dell’onirico, Lynch ci ha regalato capolavori perturbanti come Velluto blu e Mulholland Drive, che sembrano distanti anni luce dall’essenzialità di Una storia vera. Siamo quindi di fronte a un unicum, una discontinuità in una filmografia perfettamente coerente? Sì e no: perché se è vero che situazioni, ambientazioni e personaggi lasciano trasparire un calore insolito per il cinema di questo autore, lo stile tipicamente lynchiano affiora qua e là, anzitutto attraverso l’uso del grottesco e dell’ironia. 
Se Alvin appare un personaggio autentico e genuino, lo stesso non vale per diversi suoi comprimari, che risultano stravaganti per l’aspetto e le reazioni emotive spropositate. I due gemelli meccanici che riparano il trattore di Alvin funzionano come un vero e proprio duo comico, inscenando battibecchi e giocando su un’espressività facciale da macchiette. Allo stesso modo, la donna che ha investito “ben tredici cervi nelle ultime due settimane" è un tocco di umorismo assurdo nella linearità del viaggio: in preda ad una crisi isterica, il personaggio chiede “Ma da dove sbucano fuori?”. E, in effetti, la strada si trova in mezzo al nulla, senza alberi o altri ostacoli a impedire la visuale. Ma soprattutto, ad accrescere la portata tragicomica della situazione è l’ultima frase della signora, che afferma disperata: “E io amo i cervi…”. 
Lo stravagante, tuttavia, non è l’unico stratagemma di Lynch per costruire dell’ironia. Altrettanto importante, infatti, risulta l’impiego di cliché visivi e narrativi: quando Alvin apprende dell’infarto di suo fratello, per esempio, sta osservando un temporale fuori dalla finestra e la terribile notizia è accompagnata istantaneamente da un fragoroso tuono. Oppure, per restituirci, di nuovo, l’idea di genuinità tipica del Midwest degli Stati Uniti Lynch insiste ossessivamente su enormi distese di campi di grano, in mezzo ai quali la macchina da presa si mette a volteggiare come inebriata dalla semplicità di questi luoghi e del lavoro dei campi. Infine, gli stessi insegnamenti di Alvin sono sempre sul confine del luogo comune e dello stereotipo, che si tratti della metafora dei bastoncini o delle considerazioni sulla fratellanza esposte ai due gemelli meccanici: “Un fratello è un fratello…”. 
I personaggi del film prendono incredibilmente sul serio le considerazioni di Alvin. Non solo non mettono mai in dubbio la saggezza dell’anziano, ma addirittura cambiano la loro vita sulla base di questi insegnamenti: con la sua metafora dei bastoncini, Alvin riesce a far tornare la ragazza dalla sua famiglia, ma non prima che questa gli abbia lasciato come ricordo proprio un fascio di bastoncini legati assieme. 
C’è qualcosa di straniante nel modo in cui tutti i personaggi si prendono cura di Alvin e delle sue parole, così come nelle trasformazioni che l’anziano riesce a portare in queste esistenze dell’America rurale. Più che un’impressione di realismo, quindi, spesso si avverte la sensazione di trovarsi in un sogno o in una fiaba, dove tutto è destinato inevitabilmente a un lieto fine da “e vissero per sempre felici e contenti”. 
Questo effetto fiabesco è ancora più sorprendente se si tiene a mente che il film trae ispirazione dalla storia vera (come da titolo) di Alvin Straight, che nel 1994 andò a visitare suo fratello attraversando 390 km su un tosaerba. Mentre il titolo italiano del film sottolinea il legame con la vicenda realmente accaduta, il titolo originale genera un’ambiguità sicuramente illuminante: The Straight Story, infatti, è sì la storia di (Alvin) Straight, ma è anche la storia dritta, giusta, onesta. E Straight è non solo il vero cognome di una persona realmente esistita, ma anche un nome parlante che sintetizza i valori positivi incarnati dal protagonista. Nel raccontare una storia vera, quindi, Lynch ne sottolinea al contempo il lato quasi magico e irreale: una vicenda fuori dal tempo che parla di valori forse non più attuali e che sembra voler reintrodurre un po’ di fiaba nel mondo.