Quattro poesie

Poesie di Leonardo Quadrio

Salvador Dalí, Galatea at the moment of creation, 1954
I - L'ANGELO STERMINATORE - I VOCE

Avanzo su proli di tamburi, 
su rulli di pura simmetria.
Il cuoio è una sfera piana 
che irrora ogni sembianza
di linee senza ritorno.
Il ritmo è un triangolo avvolto, 
come un'anguilla abbozzata, 
al fiato della consistenza.

I miei salmi sgozzeranno
vele di purpuree triremi 
ormeggiate lungo scogli di mito. 
Le mie leggi estirperanno 
parlamenti di usignoli
riuniti in meriggi passati.

Voi che spartite le notti 
col rumore dei sepolcri! 
Voi che dividete l'alba
con le forme e lo spessore
di ciò che non è mai stato! 
Respirate solo aromi di punti.

“Mio Signore, mio Sogno!
A lungo sono stato
ogni istante una luce diversa. 
Come un nastro perfetto,
ho amato d'innite singolarità 
lo stesso scatto di rosa.
Non riesco più a dimenticare 
il lampo delle sue spine.”

Io,
che ad ogni passo
sono polvere e sono loto, 
sulle sponde dei vostri gorghi 
mi rannicchio e piango.
Max Ernst, The Robing of the Bride, 1940
LA VOLPE CHE SQUARTA

La foresta è un canino
fulvo e frastagliato.
Sul suo avorio frusciante
mi crocifiggono
i tuoi guaiti color miele.

Sento il tuo corpo
di pelame e di foglie
scavarmi le vertebre
fin nella trama più fina,
nel loro sugo di luna.

Volpe in camice bianco!
Sul tuo banco da mentecatta, 
ventre di polpa arancio,
fa bollire ed evaporare
il ripieno della mia pelle.

Con le tue unghie caramello, 
pulsanti come una folla, 
recidi i miei tendini,
scortica la mia muta
vuota come se d'angelo.

Fa di lei il tuo mantello, 
gioia imprecisa di sole. 
Inventa i geroglifici
delle mie viscere.
Scrivi le ossa
dei miei algoritmi.

Fa di lei l'opale
delle tue risa senza fine. 
Prosciuga la grafite 
impigliata tra le arterie,
il mare che mi incide
col suo spessore da cimitero

Fa di lei la cerea blusa 
della nostra libertà. 
Spazza via gli idoli,
il loro peso da vitello 
che schiaccia col suo oro 
il mio viola di lavanda.

Rinuncio ad esistere. 
Dipingimi soltanto 
così come mi ami.
Francis Bacon, Figure in Movement, 1976
IL MITOGRAFO - I VOCE

In un’ampolla tengo
la tua pelle sciolta, 
aroma di fiori celesti 
sbocciati in esagrammi. 
Intingo il mio stilo
nella pasta dei tuoi occhi, 
bitume d’Orsa Maggiore 
sprofondato di gesti.

Delineo nell’aria
un contorno da Argonauta. 
Le tue caravelle tagliano, 
come giaguari di corallo,
la salsedine argentea del nulla. 
Fondano, nell’algido bianco, 
il tempo cangiante degli idoli.

Allevo nel tuo cuore 
uno sciame di api vestali
che apparecchiano solenni, 
in masse d’acqua e di fuoco, 
le carni dei tuoi figli.
Divora il miele che ci divora, 
coltiva ingordo ogni abisso.

Gioco con l’inesistenza.
Le piume degli angeli 
smonto in ingranaggi,
in bombe di gure.
Sono il carro di Medea
che si invola impunito. 
Sono i buoi chiazzati di sole, 
i tuoi raggi insanguinati.
Francis Bacon, Painting 1946, 1946
L'ERUDITA - II VOCE
Dallo scranno osservo
algide boscaglie auree 
fondersi in piumaggi aquilini 
lungo nere aste inerpicate
di mummie torte ad olivi, 
crepitanti di crepuscolo.

L'impero è porpora, 
porpora sono i mari,
gli aculei che martellano 
le loro sudice salsedini
su ogni alba di mondo.

Ti piovono dietro 
solchi di grumi rossicci 
indigesti di carovana, 
accoliti senza spiazzi.

Dallo scranno contemplo 
violette tiroidi spolpate 
pulsare volti d'avvoltoio 
lungo nere aste curvate
da nani paggi d'alluminio, 
biondi automi di carta velina.

L'insegna è farsa,
farsa è impero,
le aquile che stracciano
il loro oro di cartapesta
in budini d'iridi ammaliate.

Ti rotolano dietro 
omuncoli di spuma marina, 
arcipelaghi in potenza 
senza spazi per sublimare.

Negli occhi ti riscrivo
da aquila avvoltoio,
da avvoltoio vano di gelso.