Sentirsi a casa

Racconto di Lorenzo Mottinelli

TEMPO DI LETTURA 3 MIN.

San Giorgio Maggiore al crepuscolo, 1908-1912, Monet

Mi trovavo in coperta e stavo sistemando le ultime casse di merce

insieme ad altri marinai, gli stessi con i quali mi alternavo per il turno di guardia notturno e con i quali condividevo la branda.
Eravamo immersi nel buio della cambusa e solo alcune lanterne emanavano una luce fioca in prossimità delle travi portanti.

L’umidità in quell’angolo della nave era sfiancante, ognuno di noi, dal primo all’ultimo, era ricoperto di sudore, e spesso interrompevamo per un breve istante il lavoro per asciugare quelle odiose gocce d’acqua che colavano dalla fronte sugli occhi e dalla nuca lungo il collo e per tutta la schiena.
Sfiniti, ci muovevamo intorpiditi dal caldo e dalla stanchezza.
Avevamo iniziato appena dopo pranzo e ormai era pomeriggio inoltrato.

Ogni ora scorreva uguale alla precedente, quando tutt’a un tratto sentimmo alcuni uomini urlare dal ponte e spezzare la silenziosa monotonia del nostro lavoro.

“Terra! Terra dritta a prua!”

Subito si sentirono i passi dei marinai che rimbombavano tra le assi di legno del ponte e la coperta della nave. Noi ci guardammo increduli, e riempiti di energia nuova. Ci precipitammo di sopra.

Alcuni lasciarono cadere sul pavimento le casse che tenevano in mano, mentre i fortunati che si erano ritrovati liberi da impacci erano già appesi alle scale con il busto che sporgeva sul ponte.
Io fui uno degli ultimi a salire e non appena a fatica raggiunsi gli altri sul ponte di prua mi accasciai sul corrimano.
Mi sembrava di aver impiegato tutte le mie forze per compiere il tragitto che mi separava dalla vista tanto agognata negli ultimi giorni.

Non credetti i miei occhi: eravamo arrivati, eravamo finalmente a casa!

Il mio sguardo incontrò dapprima una sottile lingua di terra all’orizzonte, ancora avvolta dalle nuvole che in parte offuscavano la vista, dopodichè si posò sui volti dei marinai, colleghi e compagni di viaggio da oltre un mese.

Alcuni, i più giovani, avevano gli occhi sgranati, fissi sulla terraferma e la bocca che accennava ad aprirsi a manifestare lo stupore.
Altri, in un primo momento pervasi dalla felicità della certezza del ritorno a casa, ridevano, e poco dopo si abbandonavano a un pianto isterico, ma erano lacrime di gioia quelle che rigavano il loro volto sporco e sudato.

Tra questi c’era un uomo di mezza età che avevo avuto l’occasione di conoscere nella mensa durante i primi giorni di navigazione. Aveva tre figli di cui parlava spesso e che non vedeva l’ora di rivedere. Loro senza dubbio lo aspettavano ansiosamente a casa dal giorno della partenza.

L’emozione inaspettata di quel momento ci distrasse dai comandi

della nave per una sostanziosa manciata di minuti, ma bastò un semplice fischio del primo ufficiale per richiamarci ai nostri posti.
Non tornammo in coperta perché ci era stato esplicitamente ordinato di aiutare gli altri uomini a gestire le vele.
Da lì in poi il tragitto durò meno del previsto.

Ora, a distanza di anni, se lascio affiorare alla mente i ricordi di quel lungo viaggio c’è un episodio che non posso e non voglio mai dimenticare: il momento in cui avvistammo la nostra terra.

È alquanto strano pensare

come dopo un periodo trascorso lontano da qualcosa di famigliare per te, come la tua casa, alla fine il disagio del viaggio riesca a riempirla di quell’elettricità che ti colpisce come quando ti imbatti in qualcosa di nuovo.

Come se tu, casa tua, non l’avessi mai vista, ma sapessi che stai andando in un luogo che, qualunque esso sia, per te va bene, per te è bene.
Quel disagio, le ore piccole la notte per fare i turni di guardia, il sale dell’acqua di mare rimasto sulla pelle per settimane, l’enorme fatica delle casse spostate in coperta, il sudore, lo sporco.

Talvolta il disagio ci rende partecipi dell’essenzialità della vita, ci mostra le cose da un altro punto di vista, più grezzo, più naturale, in fin dei conti ce le fa apprezzare.
Dopotutto non è poi così male il disagio, ogni tanto serve, per capire che la felicità spesso sta nelle piccole cose, e dopo un po’ di disagio basta rivedere la propria casa per sentirsi felici.


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