lo Squalificato di Osamu Dazai

Recensione di Francesco Göttsche

Qual è il significato delle apparenze confuse in cui, ogni giorno, il mondo ci si presenta senza mai spiegarsi?

Cos’è l’uomo, qual è il suo scopo, ed in che modo può parlare sinceramente con un altro uomo? Come o dove si può accendere una qualche luce, una volta che sembra tutto buio e il ricordo dell’alba è perduto? Spesso, ad attraversare giorno per giorno le giornate del nostro secolo, che all’inizio sono sempre nuove, si arriva alla sera con un dubbio e con delle domande che non sono poi diverse da quelle di chi ha vissuto nel secolo scorso. Specialmente a leggere certi scrittori del Novecento, si può spesso avere l’impressione che le nostre vite e i nostri pensieri siano in buona parte già state espresse, tanto pare di ritrovare sé stessi nelle parole di un altro: e quasi è come ci muovessimo su un cerchio, o una spirale di immagini che circolano uguali. Del resto, forse è solo che, come spesso accade, i migliori libri dello scorso secolo sono quelli che hanno saputo andare al di là delle parvenze per cogliere una verità più in fondo: e mentre quello che era in radice cresce e si ramifica in sempre più direzioni, sembra di assistere al compiersi di una profezia.

Comunque sia, c’è da dire che tali impressioni tendono a emergere più spesso

soprattutto per quegli scrittori che sono appartenuti a un contesto che ci è in qualche modo vicino, per la cui comprensione ci sono meno ostacoli culturali da superare: e, quindi, scrittori italiani, europei e, in senso più lato, “occidentali”. Sia perché essi hanno contribuito a formare quella temperie spirituale in cui noi stessi ci troviamo, sia perché, posto che il passato è un paese straniero, al diminuire dello spazio è più piccola la somma totale della distanza che ci separa dall’autore.

Un paragone calzante per inquadrare lo Squalificato in un’ottica più europea potrebbe essere der Steppenwolf di Hermann Hesse.

Molti i punti in comune: il più grande è forse l’espediente narrativo del taccuino di una persona che il vero e proprio narratore (quello primario) scopre, pur se non conosce chi l’ha scritto. Guardando questi taccuini (nel libro di Hesse si parla di Aufzeichnungen, “appunti personali”), è chiaro che si parte da una grande premessa concettuale comune ai due testi, al di là dell’analoga soluzione narrativa: e cioè, il disagio di fronte alla vita umana e agli altri uomini, sentiti come profondamente altri da sé, disagio che si esprime generalmente nella solitudine, e in una serie di comportamenti che, dal punto di vista “comune”, risultano deprecabili, immorali e assurdi. Evidentemente non è un caso che entrambi gli scritti scelgono di presentarsi come “ritrovati”: è un modo dell’autore di distanziarsi da quel disagio che è, come poi comunque risulta inevitabilmente dalla sua viva e inestinguibile precisione, autobiografico.

Queste le premesse in comune: poi, è chiaro che i punti di arrivo sono assai diversi, anche se non senza risultati affini.

Del resto, tra i due il testo più propriamente autobiografico è quello di Dazai, in quanto spesso coincide col vissuto dell’autore pure negli avvenimenti, oltre che nei concetti fondamentali, mentre nel libro di Hesse le situazioni diventano a mano a mano più inverosimili, fino ad arrivare al fantastico e addirittura al grottesco. Ma anche il modo in cui vengono espressi i concetti è diverso: laddove Hesse rende avvincente la lettura grazie al suo stile elaborato e fluente, Dazai mantiene alta l’attenzione con la piana semplicità in cui essi risplendono come alla purezza della luce bianca.

Quali sono, dunque, questi concetti?

Il principio vitale del ragionamento che, tra le righe o spesso anche in esplicite riflessioni, percorre tutto lo Squalificato, inizia già nella prima pagina del racconto vero e proprio (il “primo taccuino”): “Non riesco lontanamente a immaginarmi cosa significhi vivere la vita di un essere umano.” Tra l’io di Yozo, il protagonista (in cui si riflette nitidamente l’io dell’autore) e la totalità degli esseri umani sussiste un rapporto di alterità ed incolmabile lontananza. È come se a tutti quando sono venuti alla luce fosse stato dato un manuale delle istruzioni: al solo Yozo, no. In altre parole, si apre un divario tra Yozo e la vita vissuta da tutti gli altri essere umani, e proprio da questo spazio, come da una specie di abisso, fuoriesce una disarmonia che, prendendo la forma di un profondo disagio, definisce il percorso della vita di Yozo come del libro che ne è la fermentata essenza.

In questo senso, due sono i modi di far fronte a questo fondamentale scarto tra l’io e la sua vita

che – al di là di una serie di rapporti interpersonali radicalmente privi di spessore – si profilano nella mente di Yozo, e (sembra difficile non crederlo) dell’autore stesso: il primo è il tentativo diretto dell’io di fuggire alla vita (straniera, crudele ed insulsa): il suicidio. Il secondo, meno gramo ma forse non meno drammatico, è il ridicolo: trovandosi al di fuori sia della fiducia sia, in maniera più significativa, della sfiducia che domina il modo di ingannarsi dell’umanità – così Yozo percepisce la cosa – a Yozo non resta che recitare la parte del buffone: “fingevo un ottimismo innocente, e man mano mi perfezionai nella parte del commediante eccentrico” si legge, ancora, nelle prime pagine dei taccuini. In questo senso, Yozo, piuttosto di partecipare dell’inganno comune a tutta l’umanità per cui ciascuno finge di essere qualcosa di altro da sé, preferisce mettere in atto l’imbroglio per cui ci si ammanta di un’alterità non per sembrare un altro, ma con l’unico fine di celare la propria vera natura. Vera natura che è, appunto, di irrimediabile solitudine, di disagio, di svogliata e inerte sofferenza. Infatti, un altro modo in cui si esplica la disarmonia provocata dall’incapacità di comprendere gli esseri umani è la completa assenza di una volontà che, indirizzata a fini umani, dia un senso e una direzione al proprio agire: “ogni volta che mi si chiedeva che cosa desideravo il primo impulso mi portava a rispondere: ‘nulla’.”

Oltre a questi due, a mio avviso fondamentali, molti altri sono i punti di arrivo a cui Dazai porta

partendo dai più profondi problemi del suo protagonista: essi emergono, man mano, dalla lettura del libro. Ma è forse l’imbroglio che Yozo pone come orizzonte dei suoi rapporti umani, che più di qualsiasi altro concetto che vi viene sviluppato, a caratterizzare il libro. Infatti, la struttura narrativa, a differenza dello Steppenwolf, vede il narratore primario intervenire non solo in un’introduzione, ma formare una cornice: interviene sia all’inizio, sia alla fine, come “editore” del libro vero e proprio, ovvero i taccuini del “pazzo”. Ebbene, sia nell’introduzione, sia nel finale si riflette su questa abilità sviluppata da Yozo per vivere – se non piuttosto per sopravvivere – di mascherare sé stesso. L’introduzione, che presenta il protagonista attraverso una serie di sue fotografie, conclude, ben prima che il lettore possa cogliere la significanza di queste parole: “non ho mai visto una faccia d’uomo altrettanto inscrutabile.”

L’epilogo ritorna più concretamente allo stesso tema,

mostrando il punto di vista soggettivo di una singola persona che ha conosciuto Yozo, interrogata dalla voce narrante che ci sta presentando i taccuini: ed ecco che la sua testimonianza stona paurosamente con quello che il lettore ha appena appreso dalla stessa voce del protagonista. Infatti, una donna che incontra il misterioso editore che rende possibile l’intera faccenda ci dice che Yozo era sostanzialmente un bonaccione, una persona buona e molto divertente. In base al principio di autodifesa per cui Yozo si copriva con la maschera del buffone, tuttavia, noi lettori possiamo capire perché lei la veda così: e, avendo letto nella mente di Yozo per tutto il libro, sappiamo che fondamentalmente le cose stanno in modo diverso.

Ma lo sappiamo? A questo punto, bisogna fare forse una distinzione tra due modi diversi di leggere questo libro:

si può, come faccio io, prendendo sostanzialmente per buono il contenuto dei taccuini, vedere in quelli la vera sostanza del libro: ciò che, insieme alla cornice narrativa, costituisce la pienezza del suo senso. Alternativamente, si può fare leva sulla probabile inaffidabilità di Yozo in quanto narratore, e vedere negli interventi dell’editore gli unici momenti lucidi, che, per contrasto, ci fanno riconsiderare quanto detto dal protagonista. Quest’ultimo approccio è preso da Donald Keene, che ha scritto la piccola introduzione de lo Squalificato nell’edizione Feltrinelli: Keene spiega la scena dell’epilogo come un segnale dato al lettore da Dazai di prendere tutto ciò che è venuto prima cum grano salis. Secondo lui l’epilogo serve a farci capire come i taccuini danno una versione distorta e altamente selettiva della vita di Yozo, che si concentra solo sui lati negativi della sua esistenza. La donna dell’epilogo, invece, corregge l’impressione sbagliata.

Io non condivido questa interpretazione:

piuttosto, mi sembra che l’epilogo, così come il prologo, non facciano altro che confermare i taccuini di Yozo. La lezione è che il disagio di fronte alla vita, oltre a impedire al singolo una vera comunicazione con gli altri, è esso stesso incomunicabile: in questo sta la summa tragica di questo tascabile agile e di piacevole lettura, in cui si agita tutta la vita di un uomo.                


Osamu Dazai si è suicidato lo stesso anno in cui è stato pubblicato lo Squalificato.

Riuscire a distillare in meno di 130 pagine trentanove anni di sofferenza, di vulnerabilità, di irriducibile umanità: è un merito che vivrà ben oltre il limite che egli stesso pose alla sua vita. Un merito che, forse, nel nostro mondo dove la vita, per gli sviluppi che sta prendendo il mondo e che stiamo prendendo noi, si fa sempre più lontana dalle nostre mani, continuerà a vivere con noi e in noi, anche dopo terminata la lettura.


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