Città Invisibili: Italo Calvino (ri)visto dall’intelligenza artificiale

Intervista di Carlo Danelon

“Despina”
CittAInvisibili è una pagina Instagram aperta nell’ottobre 2023 che coltiva l’interessante progetto di «ricreare le città invisibili di Italo Calvino con l’intelligenza artificiale». Dopo il successo ottenuto dall’iniziativa in questi mesi, siamo lieti di presentare ai nostri lettori un’intervista a chi la anima.
 
Sull’Intelligenza Artificiale si possono dire molte cose, ma talvolta sarebbe meglio non dirne nessuna. Spesso, infatti, chi viene interpellato al riguardo ricorre a pregiudizi e a stime troppo generiche per essere attendibili, perché la novità è impressionante e in molti campi si impone per la prima volta anche alla considerazione di quanti non se ne sono mai interessati. Nessuno, insomma, può più permettersi di ignorarla. È il caso, se non dei traduttori (che in molti casi la conoscono da tempo), certo di molti altri lavoratori dell’industria artistica ed editoriale, dagli illustratori agli scrittori stessi. Partirei dunque con una domanda generalissima, alla quale sarebbe bello se potesse dare uno schizzo di risposta: in che modo secondo lei le nuove tecnologie cambieranno il settore? Come cambia il lavoro dell’illustratore? Quali doti e quali talenti diventano più preziosi, e quali abilità perdono di importanza?

Devo confessare, in primo luogo, di non essere un illustratore, né per diletto né per professione, ma l'illustrazione, come forma d'arte visiva, mi ha sempre appassionato. Fatta questa doverosa premessa, penso che sia veramente difficile prevedere quali saranno gli sviluppi in questo settore in rapporto all'avvento dei modelli di IA generative, anche perché bisognerà vedere quale sarà la regolamentazione giuridica che ne seguirà. Negli Stati Uniti è stata già negata la tutela del copyright a illustrazioni, fumetti e a qualsiasi altra opera artistica generata da una macchina; sicuramente questo sarà un grande disincentivo all'utilizzo delle IA da parte degli artisti. D'altro canto, chiunque si approcci per la prima volta a questi strumenti, soprattutto alle TTI (text-to-image), scopre che ottenere un'immagine che rifletta esattamente il risultato desiderato non è proprio una passeggiata, ed è per questo che stanno nascendo nuove figure professionali - come il prompt designer - munite di quel bagaglio di conoscenze funzionali a interagire con la macchina in modo efficiente. Ora, se, a seguito di un'idea, l'esecuzione effettiva dell'opera viene demandata alla macchina tramite una serie di istruzioni testuali (il cosiddetto prompt), ciò che acquista importanza sono proprio l'immaginazione e la padronanza tecnologica affinché l'immagine generata sia il più aderente possibile all'idea iniziale. Questo approccio naturalmente apre un nuovo fronte d'indagine relativamente a ciò che possiamo definire arte e non. Ebbene, seppur non volessimo riconoscere questa produzione come forma d’espressione artistica, si possono tuttavia rilevare delle analogie formali con alcuni atteggiamenti dell’arte concettuale. Pensiamo all'artista Sol LeWitt e ai suoi Wall Drawings, opere che non sono mai state realizzate da lui ma da altri. LeWitt si limitava a redigere delle “ricette” che descrivessero l'opera e le istruzioni per realizzarla, dei veri e propri prompt destinati, in questo caso, all'interpretazione e all'esecuzione da parte di esseri umani. Come sottolinea Kenneth Goldsmith in Uncreative Writing, «se si costruisce una macchina perfetta e la si mette in moto, le opere si creano da sole [...] LeWitt vuole portarci a intervenire sulla nostra convenzionale idea d'arte, che spesso si concentra solo sul risultato» (traduzione di Valerio Mannucci). 
E per tornare a Calvino e a un possibile sodalizio tra letteratura e intelligenza artificiale, non è a questo, in un certo senso, a cui egli pensava quando negli anni settanta scriveva «se ora conosciamo le regole del gioco "romanzesco" potremo costruire romanzi artificiali, nati in laboratorio»?
“Wall Drawing Instructions”
“Wall Drawing #118 – ChatGPT output (Amy Goodchild, 2023)”
Certo, sul piano della qualità grafica le possibilità sono miracolose. Mi devo del resto riconoscere – e non me ne vanto affatto – tra le fila di chi non ha la minima idea di come illustrazioni quali le sue, praticamente, si facciano. Può darne una vaga idea ai curiosi? Lei usa programmi accessibili a chiunque?
 
Sì, sono perlopiù strumenti accessibili a tutti, molti addirittura gratuiti, come l’Image Creator di Bing. Il procedimento per generare immagini è di per sé semplice. Si parte scrivendo un prompt, ovvero, come già detto, la serie di istruzioni testuali in linguaggio naturale, generalmente separate da virgole, tramite le quali esprimiamo le nostre preferenze circa ciò che verrà riportato nell’immagine. Nel prompt possiamo aggiungere ulteriori criteri di rappresentazione, come per esempio lo stile grafico o artistico, l’angolo di visuale, il medium che riproduce l'immagine (per esempio, una particolare marca di macchina fotografica) ecc. Per molte IA generative è sufficiente la parte testuale, altre permettono l’impostazione di diversi parametri da eseguire in coda al prompt. 

Veniamo ora alla scelta di illustrare le Città invisibili di Italo Calvino. Da che cosa deriva e a quando risale?
 
È stato un anno in cui ho letto e riletto molto di Calvino, un po' perché ricorreva il centenario dalla nascita, un po' perché rimane uno dei miei scrittori preferiti. Riaprendo Le città invisibili mi è venuta l'idea di riprodurre visivamente le città. L’impulso iniziale è stato puramente ludico, un po’ un pretesto per prendere dimestichezza con le IA, un po’ per sperimentare e vedere cosa poteva uscire fuori da questo connubio tra intelligenza artificiale e letteratura. Ho fatto una prova con la prima, Diomira, e vedendo che la cosa funzionava ho deciso di aprire una pagina su Instagram per raccoglierle. 

La sua fedeltà al testo, seppure variabile, è in genere piuttosto alta. Trovo però interessante che il suo modo di raffigurare le città implichi un intervento profondamente invasivo sul testo originale. Non solo perché questo, uscito nel 1972 per Einaudi, non era illustrato; ma soprattutto perché, se anche fosse stato poi ripubblicato con un corredo grafico, il rapporto tra parole e immagini sarebbe stato probabilmente l’inverso. Infatti, mentre in tal caso, di solito, il lettore scoprirebbe parola dopo parola, riga dopo riga la città, e al termine della lettura ne troverebbe un’immagine sinottica, più o meno vicina al frutto della sua immaginazione indipendente, il visitatore della pagina Instagram CittAInvisibili prima vede l’immagine: la città completa, simultanea e indipendente dal progredire del racconto - e solo dopo legge, a margine, il testo. Riassemblandone solo a posteriori le parti, e così quasi giustificandola. Per questo la sua è un’operazione largamente creativa: direi che induce lo spettatore a credere prima all’esistenza della città e poi a mettere alla prova sulla base dell’illustrazione la fedeltà del racconto di Calvino, o meglio quello di Marco Polo al Kublai Khan a sua volta da Calvino raccontato. Era questo ribaltamento, con tutta la forza estetica che ne deriva, tra i suoi obiettivi? Qual è per lei il valore fondamentale di queste immagini e quale spera che possa essere il loro rapporto con lo spettatore? E, se c’è una differenza: quale quello con chi ha già letto il libro e quale quello con chi lo scopre a partire dalle sue rappresentazioni?

Diciamo che l'intento che ha animato la creazione di questo progetto, nel momento stesso in cui l'intelligenza artificiale mi ha offerto gli strumenti adeguati per concretizzarlo, è stato quello di generare un “effetto di realtà” a partire dall'opera di Calvino. In tal caso la raffigurazione fotorealistica e, per quanto possibile, fedele delle città sarebbe analogo, ricalcando il “metodo borghesiano”, all'espediente narrativo della ridondanza informativa (gli pseudobiblia, per esempio): esporre una documentazione (in questo caso fotografica) che comprovi l'effettiva esistenza delle città. Mi piacerebbe che l'utente di Instagram che si imbatte nel profilo arrivasse a percepire le città come reali, magari fotografate e raccontate da un travel blogger durante uno dei suoi viaggi, portandolo a fantasticare di poterle visitare egli stesso, un giorno. Anche se questo rapporto invertito tra testo e immagine è in parte forzato dall'interfaccia di Instagram, che ci pone in prima istanza davanti all'immagine, mi piace pensare che la sensazione generata sia proprio quella di trovarci tra le mani una cartolina, di cui prima vediamo la foto dei luoghi e poi, girandola, la didascalia e le considerazioni personali di chi ce l'ha inviata; un oggetto reale che ci parla di luoghi reali. Alcuni dei follower della pagina con cui ho interagito hanno dichiaratamente espresso il loro stupore (e forse smarrimento) con feedback come «è proprio come la immaginavo» o «è come essere lì», alla vista delle immagini, e per quanto queste possano essere fedeli al testo (e non sempre lo sono) paradossalmente sembra che ciò che viene messo alla prova sia il testo stesso. Questa operazione d'altronde era possibile solo attraverso l'ausilio delle intelligenze artificiali, strumenti in cui la tensione dialettica tra finzione e realtà è spesso predominante, come sempre più sperimentiamo nel presente attraverso fake news, deepfake e voice cloning che ne sfruttano la tecnologia. L'obiettivo non è tanto quello di riproporre l'opera corredata da immagini, ma di stravolgerne completamente lo statuto estetico: non più l'opera di narrativa fantastica dello scrittore Italo Calvino, ma un nuovo oggetto, una guida turistica pubblicata in qualche parte del mondo da un omonimo di Marco Polo. Su questa falsariga, non sarebbe allo stesso modo interessante, in un esercizio di scrittura non-creativa, fare il contrario, ossia mettere in forma scritta la serie di contenuti di un influencer di viaggi trasformandola in un libro di narrativa?
 
In effetti sì: invertendo i fattori l’interesse dell’operazione è intatto. Proviamo allora a riavvolgere al contrario anche il filo del racconto e dall’atto di chi, leggendo, immagina, passiamo a quello dello scrittore, che immaginando scrive. Si è fatto un’idea, replicandone in un certo senso il gesto creativo, di come Calvino abbia pensato una per una alle sue Città invisibili? Per lei ha un ruolo immaginare come l’autore le raffigurasse nella sua mente, prima ancora di descriverle? O ancora: data l’indisponibilità di mezzi come quelli che lei usa, non crede faccia una certa impressione pensare che lo stesso scrittore possa non averle pensate con un’esattezza sinottica e meccanica pari a quella delle immagini che lei crea? Forse pensava a dettagli che poi non sono stati riportati nella descrizione? Lei si trova costretto ad aggiungerne per rendere la città “plausibile” allo sguardo dello spettatore o una completa fedeltà è sufficiente a dare l’impressione che le sue raffigurazioni siano possibili, benché fantastiche? Mi sembra che quello dell’illustratore debba essere un rapporto molto intimo con il testo.
Mi piace pensare che Calvino abbia immaginato le Città come rappresentazioni plastiche delle emozioni, dei desideri e delle oscure pulsioni di chi le abita. Per la loro natura allegorica, penso che il carattere urbanistico e gli elementi architettonici che lo contraddistinguono siano stati restituiti a posteriori grazie a una sorta di psicogeografia ribaltata, dove non sono più gli effetti dell'ambiente a modificare gli individui ma sono quest'ultimi a dar loro forma a partire da quello che provano. Anastasia è una «città bagnata dai canali concentrici e sorvolata da aquiloni» perché i desideri di chi la abita sono circolari - non si risolvono mai - e l'oggetto del desiderio può essere irraggiungibile come un aquilone nel cielo. «Fare un buco nell' acqua» è un'espressione che indica un insuccesso e i buchi nell'acqua creano onde concentriche come i canali di Anastasia; questa sensazione di fallimento è ipostatizzata nell’organizzazione spaziale della città. Gli abitanti di Anastasia non possono soddisfare i propri desideri ma, come scrive Calvino, possono solo abitarli.
“Anastasia”
Le città sono invisibili perché interiori, sono stati mentali inaccessibili, nello spazio e nel tempo; le raggiunge soltanto chi si accorda a una determinata tonalità emotiva (Stimmung). Potremmo pensare a Calvino, dunque, come a un «iconografo dello spazio interiore», per dirla con Ballard. 
Sappiamo che Calvino fu disegnatore, prima di darsi alla scrittura, e che lui stesso si definiva uno "scripturalist", intendendo con ciò colui il cui «lavoro di fantasia segue certi spunti narrativi e usa la scrittura come una specie di disegno a mano libera». All'inizio avevo paura che ridurre le città alla riproduzione grafica delle loro qualità fisiche, tralasciando tutti gli aspetti emotivi, psicologici e metafisici che nei racconti concorrono alla loro caratterizzazione potesse risultare un'operazione ingenua (se non brutale); ma riflettendo su quanto si compenetrino linguaggio e soluzione visiva nella scrittura di Calvino ho poi cambiato idea. Mi sono voluto porre come un ponte temporale fra Calvino e l'IA, metterli in contatto e osservare cosa generasse il loro dialogo. Ho deciso di limitarmi a quanto riportato da Calvino, tagliando descrizioni qua e là e modificandone la sintassi per adattarla a quella del prompt. Tutto quello che l'IA ha aggiunto lo ha scelto da sé, tappando i buchi descrittivi con quello che contestualmente reputava meglio; lasciarle questa libertà è stato un modo per non cadere in un'interpretazione troppo soggettiva delle città. 
 
Sta seguendo un ordine? Le prime due (Diomira e Isidora) lasciavano sospettare che fosse quello del libro, ma poi è uscita Ottavia, con un salto diretto al quinto capitolo. 
 
No, non sto seguendo un ordine. Mi lascio guidare da quello che mi ispira man mano che leggo. Molto dipende anche dalla stesura dei prompt, per quelli che riguardano le città più complesse da riprodurre ci metto più tempo e passo avanti per riprenderli dopo. D'altronde è un problema che non mi sono posto dato che l'opera in sé non ha una struttura così rigida, se si considera quanto afferma lo stesso Calvino in Lezioni americane, dove si legge che la serie di città «forma una rete entro la quale si possono tracciare molteplici percorsi e ricavare conclusioni plurime e ramificate».
“Diomira”
“Isidora”
Verso la fine della nostra chiacchierata, qualche domanda più personale. Secondo lei c’è qualche aspetto rilevante delle Città invisibili che non potevamo, ma finora abbiamo ignorato? Mi pare interessante anche il confronto con gli altri testi di Calvino. E poi: ha una città preferita? Intende prima o poi rappresentare anche la partita a scacchi sulla quale tutte le città si compongono, nella memoria di un viaggiatore e nella fantasia del detentore di un impero troppo grande per essere vissuto?

Sarebbe interessante soffermarsi anche sulla critica sociale che percorre l'opera. I resoconti delle città narrati da Marco Polo a Kublai Khan sono prodotti della fantasia, ci ammaliano e ci portano a desiderarne una traduzione grafica, magari generando un immagine con l'IA, eppure in alcuni casi oggi basterebbe semplicemente guardarsi attorno. Appiattimento culturale dato dalla globalizzazione, disastri ambientali generati da un consumismo sfrenato, desertificazione sociale e all'opposto over-tourism: sono tutti temi che caratterizzano alcune delle città che incontriamo durante la lettura. Città come Leonia, Trude e Procopia, con la rappresentazione iperbolica delle loro criticità (che ne consolida il carattere fantastico), probabilmente riflettevano alcune delle preoccupazioni di Calvino circa il suo presente, oggi sono diventate distopie realizzate a tutti gli effetti.
“Leonia”
Ma torniamo a noi: dato che mi chiedi un confronto con le altre opere di Calvino, è interessante notare nel modus operandi alla base di alcuni dei suoi lavori dello stesso periodo (quello "combinatorio"), un atteggiamento simile a chi si confronta con un modello di IA generativa. I paratesti delle Cosmicomiche, le combinazioni nella disposizione dei tarocchi de Il castello dei destini incrociati, gli incipit di romanzo in Se una notte d'inverno un viaggiatore sembrano tutti input generativi, prompt, che Calvino dà in pasto a sé stesso ed elabora per tirarne fuori dei risultati. Non voglio certo dire che sia la stessa cosa ma semplicemente sottolineare quanto il "laboratorio calviniano" intrattenesse già allora legami formali con le tecnologie di oggi. 
Una delle mie città preferite è Ipazia. Marco Polo ci informa che «di tutti i cambiamenti di lingua che deve affrontare il viaggiatore in terre lontane, nessuno uguaglia quello che lo attende nella città di Ipazia, perché non riguarda le parole ma le cose». Sembra che a Ipazia tutto sia refrattario all'ordine simbolico di chi la raggiunge - «i segni formano una lingua, ma non quella che credi di conoscere». Se le cose non rispondono più ai segni e se non c'è esperienza umana senza linguaggio, Marco Polo ne dovrà imparare uno nuovo: quello di Ipazia. Non sarà allora strano aspettare una nave sul pinnacolo più alto di una rocca invece che al porto, «ma passerà mai? Non c’è linguaggio senza inganno». Sinceramente non ho ancora pensato se rappresentare e in caso come rappresentare la scacchiera sulla quale le città giocano la loro partita - però, volendo, già la galleria di Instagram potrebbe esserne una meta-rappresentazione.  
“Ipazia”
In conclusione, una domanda sul futuro e una sul presente. Quanto al futuro: una volta terminata la serie delle Città invisibili, intende continuare l’attività con altri testi? Dalla Commedia di Dante a Centuria di Manganelli passando per le Cosmicomiche, se penso a questo lavoro, di libri «ce ne sono certi nei miei scaffali che solo a guardarli mi corre un brivido di entusiasmo per la schiena» – come avrebbe detto Cesare Pavese. E potrebbe essere interessante continuare a modificare il rapporto tra parole e immagini inserendo le illustrazioni nel testo, in un’edizione cartacea… Le piacerebbe che questa fosse una delle destinazioni del suo lavoro? E in ogni caso, se non di altri imperi – vengo ora al presente –, almeno di quello di Kublai Khan, potrebbe farci vedere una città ancora sconosciuta?

Naturalmente sono tante le opere con cui possiamo replicare questo esperimento, personalmente preferisco quelle a cui viene data centrale importanza alla dimensione spaziale. Penso a certe architetture descritte da Borges, i tipici spazi non-euclidei Lovecraftiani ma anche, senza andare troppo sul fantastico, gli appartamenti del condominio ne La vita di Perec, per esempio. La Commedia di Dante sarebbe, ovviamente, un sogno. Se qualcuno un giorno mi proponesse di inserire le immagini generate con le IA in un'edizione cartacea di qualche opera io ne sarei contento ma, come abbiamo visto in questo caso, è facile che il rapporto del lettore col testo venga, in un certo senso, corrotto, snaturato. Dipende dalla scelta editoriale, forse, invece di inserire le immagini a inizio o a fine racconto sarebbe utile un'appendice alla fine che le raccolga tutte. 
“Pirra. A lungo Pirra è stata per me una città incastellata sulle pendici d’un golfo, con finestre alte e torri, chiusa come una coppa, con al centro una piazza profonda come un pozzo e con un pozzo al centro. Non l’avevo mai vista. Era una delle tante città dove non sono mai arrivato, che m’immagino soltanto attraverso il nome: Eufrasia, Odile, Margara, Getullia. Pirra aveva il suo posto in mezzo a loro, diversa da ognuna di loro, come ognuna di loro inconfondibile agli occhi della mente”

Tutta la redazione di LibertyClub ringrazia CittAInvisibili con l’augurio che il suo lavoro continui a riscuotere successo, e si rimette, come sempre, al giudizio dei lettori.