Peaky Blinders – Steven Knight

NO SPOILER

Recensione di Lorenzo Mottinelli

TEMPO DI LETTURA 3.30 MIN

In tutto il panorama della produzione gangster il titolo Peaky Blinders, con la sua sceneggiatura  e i suoi personaggi, è riuscito ad affermarsi rompendo lo schema dei cliché del genere. Ma quali sono le caratteristiche che hanno portato a un tale successo?

Thomas Shelby, i suoi fratelli e gli altri membri dei Peaky Blinders.

Sono molteplici le produzioni cinematografiche a tema gangster;

numerose quelle che hanno contribuito a creare un immaginario indelebile all’interno del genere; alcune quelle che hanno lasciato davvero il segno nella storia del cinema; poche, pochissime, forse nessuna è riuscita a spingersi oltre la mera contemplazione del materialismo menefreghista del personaggio gangster, tranne una: Peaky Blinders.

La serie televisiva prende il nome da una gang criminale di Birmingham, conosciuta per la perversa abitudine, da cui nasce probabilmente il nome della banda, di cucire delle lamette di rasoio nella visiera dei propri cappelli, così da avere sempre a disposizione un’arma durante gli scontri fisici.

Una grande fetta del pubblico ha in primis sottovalutato la serie, ritenendola l’ennesima rappresentazione del cliché della criminalità organizzata, ma dopo aver visto sullo schermo l’enorme lavoro di cura del dettaglio realizzato dall’autore Steven Knight e da tutto il cast si è dovuta ricredere.

Il primo elemento da prendere in considerazione è la trama:

coinvolgente, piena di suspense e colpi di scena, ma soprattutto capace di esprimere una pulita coesione tra realtà e fantasia.

La storia infatti prevede personaggi e dinamiche completamente immaginarie, ma perfettamente inserite in un quadro storico al quale si sono attenuti con maniacale precisione costumisti, scenografi e truccatori.

La famiglia a capo della gang, gli Shelby (nome volutamente ispirato a quello della famiglia Sheldon, di grande importanza nei Peaky Blinders e della quale gli antenati di Steven Knight facevano parte), ha un lungo passato nei bassifondi di Birmingham. Inoltre, essendo una famiglia di zingari, è denigrata e ritenuta non all’altezza dell’alta società classista di quel periodo.

Si parla infatti del primo dopoguerra, quando le classi operaie iniziano una lenta ma inarrestabile ascesa all’interno di una società statica e divisa in caste.

In un contesto in cui le condizioni di vita sono dure, nascono spontaneamente delle realtà criminali, e i Peaky Blinders sono una di queste realtà. 

La trama si presenta come un fitto succedersi di eventi che, seppur numerosi e vari, non si allontanano mai da un ben definito filo conduttore, che vede gli Shelby alla conquista del riscatto sociale.

Già dai primi episodi si intuisce che il lavoro di Steven Knight è stato completo e non ha lasciato nulla al caso.

Ciò che colpisce in un a serie come Peaky Blinders sono i personaggi.

Il profondo studio della loro psicologia, portato a compimento da un azzeccato connubio tra la mano di Steven Knight e un dialogo con gli stessi attori, ha permesso che il loro carattere si riflettesse perfettamente anche nelle azioni più superficiali, donando coesione al principio di causa-effetto che determina il susseguirsi degli eventi nella storia.

Senza dubbio l’attenzione di Knight è indirizzata soprattutto al protagonista, Thomas Shelby, il capofamiglia, che nel corso degli episodi si rivela un personaggio sempre più complesso e contraddittorio, e che non finisce mai di stupire.

Thomas è l’esempio di un uomo segnato dalla guerra e continuamente perseguitato dai suoi demoni; compie numerose azioni criminali, ma sempre con l’intento di migliorare le condizioni della famiglia. Anche i suoi fratelli sono stati in guerra con lui, così come molti altri personaggi secondari.

Steven Knight si concentra molto sul tema dei traumi post bellici e sulle ricadute che questi hanno sui personaggi e sulle loro relazioni sociali, elementi fondamentali per comprendere a pieno l’atmosfera cupa e violenta dell’epoca.

Un altro pregio è l’alto livello di recitazione raggiunto dagli attori.

Le scene sono ridotte al minimo, quasi nessun effetto speciale, solo gli elementi essenziali a comprendere il contesto in cui si svolge l’azione, e in primo piano spiccano sempre gli attori con impeccabili performance.

Tutto ciò riesce ad alleggerire persino la violenza.

Quest’ultima è indispensabile in Peaky Blinders, perché permette di creare situazioni critiche in ogni momento, ma sempre restando sull’onda di quella verità storica che fa da sfondo a tutta la serie. Infatti, nonostante sia presente in ogni singolo episodio, a volte con raffigurazioni davvero raccapriccianti, viene sempre trattata con estrema disinvoltura, tanto da essere coerente e comprensibile, così come doveva essere nel contesto storico in cui si svolge la vicenda.

La serie, inoltre, con la sua precisa rappresentazione di tutta la gamma emotiva dei personaggi, sia la felicità dei loro momenti di gloria, sia le loro debolezze, la paura, il disagio e la sofferenza, sollecita nello spettatore un’empatia particolare che arricchisce la narrazione filmica di un valore aggiunto.


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