Soldati

Racconto di Carlo Danelon

TEMPO DI LETTURA 3 MIN

Soldati in trincea, tra fango, sassi, armi e gavette.

Soldato X: “Non so te, ma io qui duro poco”.

Soldato Y: “Si tira avanti”.

Soldato X: “Ma come, come, per Dio, si tira avanti? Tu dici sempre così, sempre avanti, avanti… Non è vero? È vero o no? Mi rispondi? Perché te ne stai così immobile, zitto, e guardi avanti? Avanti… Ancora avanti? Eppure il tuo viso sembra tanto rassegnato. Smettila, ti prego, di guardare quelle pietre. Mi rendi nervoso. Sono sempre lì, odiosamente ferme: sì. E allora? Non fai che ricordarle. Se guardo la terra, intendo dire, per me c’è solo la terra, si confondono i rumori delle stoviglie e delle pallottole, lo sfregare ruvido delle divise, in cui altre volte ancora mi rifugio per evitare di immaginare gli spari, le granate, le grida di dolore che separano un teatrante dal palco e dalle luci e…”

Soldato Y: “Ti prego, non iniziare…”
Soldato X: “Eh no, caro amico mio! Questo non me lo puoi dire, se vuoi fare l’incontenibile difensore della patria, l’eroe, il soldato gagliardo, perché vuol dire che neanche tu vuoi sentire certe cose, vuol dire che ti toccano, t’impensieriscono, per non dire: ti dissuadono, e…”

Soldato Y: “Perché andare avanti è l’unico modo per tornare indietro”. 

Soldato X: “E perché mai? Perché diamine non pensi mai a un’alternativa, perché persisti nel dolore, nella sofferenza, non divaghi, non accenni a ribellarti?”

Soldato Y: “Ascoltami bene, soldato X. Ti voglio fare una domanda: a che alternativa hai mai pensato, tu?”

Soldato X: “Anzitutto, alla…”
Soldato Y: “Zitto! Credi di essere da solo in questo mondo, razza di figlio di puttana? È passato il comandante, e non voglio nemmeno immaginare che stronzata stessi per dire. Esserti vicino è un pericolo. Non vedi che tutti ti si fingono estranei? Non ti sei mai chiesto il perché?”
Soldato X (si agitò contrariato, sembrò che fosse sul punto di parlare più volte, ma poi tacque, e, infine): No.
Soldato Y (fissando il soldato X con uno sguardo che esprimeva commiserazione): “Eccolo, il perfetto imbecille. Non capisci che qui a poco servono le parole, a niente le lamentele? L’hai visto, qualche giorno fa, quel ratto?”

Soldato X (come se avesse improvvisamente trovato spunto per un discorso esaltante): “Sì, come no. Se n’è venuto qui nel tardo meriggio, grigio, grosso, carnoso… Saltellando s’è divincolato tra gli stivali sporchi dei compagni, e poi… Poi con un salto impetuoso, minacciando di salire sui paletti di legno marcio che reggono il tetto precario che ci copre la testa, s’è infilato tra le pietre del muretto ed è andato verso la trincea nemica. Come mi piacerebbe essere quel topo, libero di zampettare per i prati…”

Soldato Y: “Piantala! Zitto, deficiente! Ogni volta che apri bocca si corre un pericolo.

E non provare a fare uscire ancora da quella tua fogna fiumi di parole inutili. Non mi interessa il tuo desiderio di zampettare per i prati. Se vuoi, fallo. Il prezzo è la vita. Ma no, tu non lo farai mai, perché la vita t’è più cara di ogni cosa, e ancora non vuoi capirlo. Non capisci ancora come la salverai. Non ti sei reso conto che il mondo della trincea è un altro mondo, e anche tu, ora, ne fai parte. Non vuoi renderti conto che siamo cambiati, ci siamo adattati. Per fortuna: altrimenti saresti già morto, freddo, il tuo corpo crivellato dai proiettili, incrostato di sangue rappreso. Nessuno ti verrebbe a prendere, non avresti neanche una sepoltura, perché tutti staremmo qui, al coperto, a guardarti, ben chiusi per aver salva una sola cosa: la vita.”

Soldato X: “Non ti capisco. Tu, forse! Tu sei cambiato: lo spero, perlomeno, spero che il tuo comportamento sia frutto di questa… Di questa situazione. Ma dimmi: in che senso dovremmo essere cambiati, essere diversi?”

Soldato Y: “Avresti mai detto, in tempo di pace, che un ratto è ‘carnoso’?

Avresti mai mangiato tranquillamente, in tempo di pace, se poco prima, nel tardo meriggio, un ratto avesse scodinzolato e squittito su e giù, dentro e fuori il tuo pentolino?”

Il soldato X, dopo qualche attimo di silenzio, scosse la testa: no, non era più lo stesso. E riprese a guardare gli stivali dei compagni, la terra, le foglie. Il mondo fustigato della guerra.


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1 comment / Add your comment below

  1. Un racconto breve, che scava dentro a lungo. Uno spunto di riflessione profondo, a tratti doloroso, che non può non richiamare alla mente anche i tempi che stiamo vivendo: resilienza, andare avanti, fatica dell’accettazione del cambiamento.
    È sempre un piacere leggere i tuoi scritti e quelli dei tuoi colleghi/ compagni di viaggio. Siete molto bravi, complimenti!

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