RI-CONOSCENZA

Racconto di Viola Bertoletti

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Capita che nei momenti più imprevisti, nelle circostanze più insospettabili, mi colga una strana, esasperata lucidità.

Stipata nel vagone della metro verde, incastrata tra un gomito e un ginocchio, o quando ignara sto apparecchiando la tavola, senza pensare a niente, o ancora, quando sono in bici e Milano mi corre accanto tenendo il tempo, ecco che lo sguardo si incanta. Un pensiero mi invade e mi scuote all’istante, con violenza. Il presente mi scivola addosso dritto come un vestito. È il momento decisivo, stringente, in cui il flusso del momento presente si scontra con i detriti dei momenti passati. È il momento in cui posso scegliere se liberare il passaggio o costruire una diga: vivere o ricordare.

E mentre io disperatamente cerco di far compromessi:

di stare attenta alla fermata, non far cadere il piatto, fermarmi al semaforo, e allo stesso tempo trattenere qualcosa del passato, disporre le pietre dei ricordi in modo che non siano necessariamente d’ostacolo, ecco che senza volere mi sono distratta, ho perso la mia occasione anche questa volta: il presente scorre ora su un binario parallelo.

Così resto ferma sul film dei ricordi. Da attrice della mia vita torno ad essere spettatrice.

La pellicola proiettata è in bianco e nero. È proprio qui, seduta nella terza fila di questa sala da cinema vuota, che mi trovo a ricordarti, caro signor GP.

Ricordo tutto: l’impercettibile danza dei fiocchi di polvere nel giallo soffuso del salotto, l’anarchico scricchiolio del parquet e quella sua fronte alta,

tanto alta che io immaginavo i suoi pensieri come un fitto cumulo di fascicoli accatastati fino a toccare il soffitto, basso, di quella mansarda. La nostra amicizia era iniziata quando io avevo otto anni e lui settantadue: entrambi golosi, mangiavamo insieme la marmellata in vasetto che mia nonna mi faceva portare periodicamente all’ultimo piano, come segno di rinnovata cordialità, a tutela dei rapporti di buon vicinato.

In quei primi tempi ci limitavamo a giocare a tris e a chiacchierare,

lui seduto sul divano, io arrampicata sulla sua vecchia cyclette o davanti alla tv a imitare Berlusconi. GP si divertiva con quel genere di spettacoli e a me piaceva andare a trovarlo; ricordo che una volta dopo una di queste esibizioni farsesche GP esclamò rivolto a sua moglie: “io aspetto che cresca e poi me la sposo”. Ripensandoci a posteriori, credo che quello che lui nutriva nei miei confronti fosse davvero un amore antico.

Col passare degli anni le mie visite diventarono più assidue;

al sordo e insistente battere della mia mano contro la porta, dopo qualche attesa, corrispondeva il ticchettio dei suoi zoccoli. Dal buco della serratura spiavo il suo arrivo, fino a che, una volta tratto dal taschino il grosso mazzo di chiavi, dopo il quarto giro si affacciava dall’alto la sua figura protesa.

Mi accoglieva sempre con quel suo sorriso bonario e un po’ beffardo

e con la stessa incuriosita semplicità con cui lasciava entrare dalla finestra i gatti girovaghi, perdutisi durante le passeggiate sui tetti. Proprio come un gatto in effetti io fuggii quando quel pomeriggio di settembre, al ritorno dalle vacanze a cavallo tra la seconda e la terza liceo, lo trovai diverso, irrequieto, assurdamente vitale per un uomo della sua età.

Era passato del tempo dall’ultima volta che avevamo giocato a tris,

con gli anni infatti la nostra amicizia si era evoluta, espandendosi e includendo nel suo raggio questioni per me sempre più essenziali, come erano diventati la letteratura, la scrittura e il cinema. Si prese infatti cura della mia educazione cinematografica, a cominciare da quando mi regalò, all’età di quindici anni, il dvd del capolavoro di Dreyer: La Passione di Giovanna D’arco, film muto, in bianco e nero, di una solennità tragica tutta nuova ai miei occhi. Non avevo mai visto niente di simile e cominciai ad appassionarmi.

Il signor GP aveva inoltre il grande merito di saper apprezzare le mie poesie di ragazzina dotata di un’emotività quasi tirannica.

Leggeva i miei racconti di amori fanciulleschi e avventure soltanto sognate, i miei pensieri sconnessi rovesciati sul foglio nella foga stralunata delle notti, le mie serenate di malinconia adolescenziale. Leggeva tutto, da sotto i suoi occhiali spessi, inforcati sulla punta del naso e con una serietà che da una parte mi sembrava eccessiva, dall’altra mi faceva sentire importante, segnava metodico gli errori grammaticali e la punteggiatura, e infine tracciava in matita quello che lui chiamava “il suo modesto parere” ma che modesto non era affatto, avendo avuto lui, come scoprii però solo più tardi e non per sua voce, un’invidiabile carriera giornalistica.

GP aveva però un carattere difficile e delle tendenze e delle ossessioni che probabilmente la vecchiaia aveva acuito:

a smussare gli spigoli del suo spirito e ad allentare la tenacia delle sue convinzioni non erano bastati né la, da lui spesso citata, implosione dell’URSS nel ’91, né la crisi della sinistra in Italia e nemmeno il dover fare i conti con il numero ormai ingombrante dei suoi anni.

C’era in lui qualcosa di appassionatamente vivo e fremente,

che nulla aveva a che fare con le sue mani nodose, con il suo lungo busto che mi faceva pensare, non so perché, alla cassa di un vecchio orologio a pendolo. Freudiano devoto, da uno degli ultimi racconti che gli feci leggere trasse una diagnosi che mi lasciò stranita: a suo parere il mio testo denunciava i sintomi di un evidentemente tormentato rapporto con l’amore e la sessualità e finì per asserire che nel mio racconto, il sesso era presente “proprio in quanto assenza”.

Così quel pomeriggio di inizio settembre me ne andai da casa sua e decisi di non vederlo più per un intero anno,

perché scorgere quel bagliore sul fondo opaco del suo sguardo senile mi aveva impressionato più di quanto non riuscii mai a spiegargli. “Difatti ti amo” avevo letto all’ultima riga della lettera che mi porgeva insieme a un paio di libri e un dvd.

GP non era un orologio a pendolo fuori fase, aveva solo scoperto di essere ancora giovane, giovane come non lo era mai stato.

Pur ritenendolo necessario, soffrii molto questo allontanamento, tanto che decisi di tornare, e in effetti avemmo l’occasione di conservare i fotogrammi migliori di quella storia e sovrapporre alla zona d’ombra che si era creata una nuova pellicola, di fiducia e tenerezza reciproca, di pomeriggi al parco e corrispondenza epistolare.

Il signor GP è morto questa estate, a luglio.

Quello di ricordare è un compito problematico. È doloroso. In me il passato è tardo ad appassire. Lo avverto come proseguisse una sua vita autonoma e spesso le sue contraddizioni germogliano nel presente insieme agli stessi antichi, ostinati interrogativi.

GP mi aveva messo in guardia:

“I rapporti tra uomo e donna sono complicati e quelli tra passato e presente sono complicatissimi” e aveva ragione. Così in un certo senso mi sento folle a scrivere di lui e a cercare di raccontarlo, per singoli frammenti che lo rappresentano solo come i cocci di un vaso rotto possono rappresentare il fiore che vi era piantato.

Vado in cerca di ciò che di lui rimane,

e in verità in quasi tutto ci sia di passato e presente, di bello ed eterno, lo riconosco. È doloroso ritrovarlo, nelle frasi sottolineate dei suoi libri, e nelle pagine, scritte e non, della vita.

Ma è ciò che mi spetta, la mia eredità, ed è anche ciò che gli devo. La mia è ri-conoscenza.


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