La torre di Babele

Racconto di Carlo Danelon

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In verità, vi dico, Dio non ha mai fatto crollare la torre, né ci ha mai sparsi per la Terra. Ci ha lasciati dentro, e ha chiuso la porta. Perché tale dev’essere lo sventurato destino di chi desidera. E all’impegno comune si sostituì una collettiva nevrosi. E non dobbiamo stupirci se oggi pensiamo che questa sia la Terra, sia il tutto, perché chi è chiuso in una torre per una vita finirà per considerare boschi gli scalini, Sole il lampadario e stelle quei ronzanti insetti. 

Le scale scricchiolavano e si accartocciavano su se stesse:

chilometri di legno marcio si intrecciavano e levavano il frinito di un esercito di cicale. Quel rumore di mille schegge s’infrangeva sulle pareti circolari della torre e sbatteva e picchiava e sbrecciava la testa sui muri di pietra. Dai gradini doloranti grondava una moltitudine di passi. E alla cacofonia delle scale rispondeva il mutismo degli uomini: un silenzio funebre avvolgeva i gemiti del legno.

Migliaia di corpi si urtavano come palle da biliardo; un movimento indaffarato e perpetuo, un vano sali-scendi animava la stretta ma altissima torre. Al suo interno gli uomini stavano come in un formicaio; ma, diversi dalle formiche operose, il loro daffare era null’altro che il moto stesso. Non nutrivano il senso dell’impegno a una causa comune, né si sentivano dediti a nulla. Passavano in rassegna ogni singolo scalino con passo rapido e disperato, dacché cercavano nella torre un anfratto su cui la condanna non avesse ancora teso la sua mano. Ma niente: ormai tessevano tragitti già calcati, e in cuor loro sapevano, benché non potessero esprimerlo in alcun modo, che tutto ciò si ripetesse invano.

Per l’eternità una malefica metafora divina aveva commutato le loro vite

nell’esistenza di aghi da balia che cercano di ricucire quanto è andato perso, e, invano, si agitano nel vuoto degli squarci. Così il loro cieco girovagare, dopo anni di disillusione, finiva per diventare un mezzo per fuggire la morte spirituale che ogni giorno minacciava di inghiottirli.

La torre non viveva mai un periodo di calma. Anzitutto perché, non filtrando al suo interno luce naturale, essa non concepiva l’alternarsi del giorno e della notte, il che portava alla convivenza di sonno e veglia al suo interno; e poi perché il sonno aveva rinunciato alla sua funzione ristoratrice. Gli abitanti della torre, infatti, al contempo temevano e, spinti da una forma di perversione, aspettavano l’arrivo del sonno. Ma questo portava sempre, a tutti, lo stesso incubo. 

Si trovavano in un luogo chiaro, alla luce del sole lontano, quasi inconcepibile per le loro menti marcite con il legno, e in quel luogo si respirava un’aria di naturale spontaneità, e tutt’intorno succedeva qualcosa di strano, qualcosa di minaccioso che s’avvicinava e avanzando travolgeva e bruciava ciò che incontrasse sul tragitto.

Così il paradiso andava via via restringendosi, finché una voce grave s’alzava su di loro – che sempre si immaginavano insieme, in gruppo, e che non ricordavano di essere mai stati soli – e pronunciava suoni apparentemente inarticolati, suoni torvi e aspri, e li pronunciava con tono d’importanza, con tono inquisitorio, e nessuno capiva, tutti tacevano, e quella minaccia si avvicinava arrivava e informe li travolgeva. E il mondo li dimenticava.

Ma dopo qualche tempo anche il sonno s’era popolato della letale, soffocante polvere della noia. Si trattava naturalmente del riflesso di quella struttura, che altro non sembrava se non un ammasso di macerie, benché si riconoscesse la presenza di una commovente sincerità nell’intento della costruzione. Ed erano stati puniti, quei poveri uomini senza limiti. Puniti da Dio. E ora, ora si trovavano soli, accecati dalla polvere, assordati non tanto dal continuo gracchiare del legno, quanto dal silenzio che lo innalzava a unico e prepotente attore nella scena del mondo.  Il silenzio era ciò che più li opprimeva. Musica soave nella società del rumore, in quella della polvere e della pena e della redenzione era falce, coltello, scure. 

A Babilonia, nella torre, ognuno parlava una lingua diversa, gesticolava in maniera differente, guardava con sguardo proprio. 

Poiché – come si sente dire – pensare in più lingue è pensare con più cervelli, si verificava la tesi secondo cui la coesistenza di troppi stimoli e nozioni implica l’impossibilità di un canale di espressione. Pertanto, a Babilonia, ogni cosa era tanto incandescente d’intelligenza quanto condannata alla noia eterna e alla putrefazione.

Il linguaggio necessita di un ordine, di un prima e di un dopo, e la massa informe di pensieri, suggestioni, angosce, origini, radici ed etimologie che scrosciava violentemente nella torre impediva l’organizzazione tanto di una scala, dacché era inconcepibile l’idea di alto e basso, quanto di una logica, dacché questa esiste solo con la limitazione. Priva di capi espiatori, di vittime, di assassini e dello stesso perduto concetto di omicidio, nella torre s’ingrigivano le tempie, si sbriciolavano inutili settori del cervello, e, nel fulcro della capacità cerebrale – e, quindi, della blasfemia – morivano i collegamenti, i numeri, le analogie, la civiltà. 

Era quello il tempo della polvere, dove finalmente l’uomo capiva di non esser altro che futile granello.


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