LA SONATA A KREUTZER

“La tragedia della camera da letto”

Recensione di Viola Bertoletti

TEMPO DI LETTURA 5 MINUTI

Sediamo comodi sul sedile di una vettura,

non importa quale né dove ci stia portando; il tempo è scandito solo dagli sbuffi del treno e dallo scorrere del paesaggio sulla sua pellicola, dietro al finestrino. Accanto a noi è seduto uno strano individuo. 

Per il tempo di qualche fermata, tra le gialle pagine di un libro,

Pozdnysev sarà il nostro compagno di viaggio; nello spazio stretto di un vagone passeggeri la sua storia prenderà posto, si spanderà nella notte, fino a toglierci il sonno.

Nella Sonata a Kreutzer,

scritto nel 1889 – non molto tempo dopo la sua conversione dall’ortodossia al cristianesimo – Lev Tolstoj si servirà del personaggio di Pozdnysev per scagliareun’invettiva contro la degenerazione del matrimonio borghese nella Russia di metà Ottocento e contro la sua “depravazione”: cioè contro quella che egli chiama “la tragedia della camera da letto”. L’espressione potrebbe suscitare un sorriso ironico se non sapessimo che essa allude a una situazione in effetti drammatica: ovvero la permanente inferiorità della donna.

Nel racconto si oppone alla decadenza dei costumi un’ipotesi radicale,

quella dell’astinenza sessuale e dell’abolizione dell’amore carnale – considerato germe di corruzione – in favore di un’ascetica “purezza di costumi”. 

Questa linea ideologica di fondo, che nella Sonata a Kreutzerè continuamente ribadita, potrebbe sembrare estranea alla sensibilità moderna;

ai nostri occhi di occidentali del terzo millennio il libro potrebbe apparire inattuale e superato. Bene, non è così. Le premesse che hanno portato Tolstoj ad elaborare una posizione così (f)rigida rappresentano il substrato culturale con cui ancora la nostra società deve fare i conti. In rapporto alla struttura sociale patriarcale e alle sue profonde radici, Tolstoj si pone in aperto contrasto. 

Gli ideali dell’autore nascono infatti,

in un paradosso solo apparente, da un sentimento di ribellione alle istanze della borghesia, al perbenismo ipocrita di questa classe e del suo malcelato degrado. 

L’istituzione del matrimonio è raccontata attraverso la rievocazione dell’esperienza del protagonista

per ciò che a volte la vita coniugale si rivelava essere: l’unione solo illusoria di individui destinati a rimanere, anche dopo faticosi anni di vita in comune, estranei l’uno all’altro, se non tenacemente ostili. 

Così racconta Pozdnysev al lettore:

“Eravamo due galeotti che si odiano, incatenati entrambi allo stesso remo, intenti ad avvelenarci reciprocamente l’esistenza e a far di tutto per non accorgercene”.

Dinanzi al divario incolmabile dell’incomunicabilità,

costantemente alimentata dalla forzata convivenza di personalità tutt’altro che affini, l’unica reciproca conoscenza possibile è quella carnale – che d’altronde, a detta di Tolstoj, rappresenta, insieme alle ragioni della più bieca convenienza, la stessa forza motrice del matrimonio borghese –. 

Presto la frettolosa infatuazione che aveva indotto i due giovani a sposarsi svanisce, esaurendosi nel soddisfacimento delle pulsioni sessuali.

Tra i coniugi si apre dunque un abisso; è qui che il matrimonio convenzionale perde la sua ingannevole patina dorata e, ormai spoglio delle consuete forme di abbellimento, dei fiocchi del corredo e delle cerimoniali formule del sacramento, esso appare per quello che è realmente: un inganno. Tolstoj smaschera quindi quella favola bellamessa in atto dalla borghesia con lo scopo di auto-conferirsi la parvenza di una decorosa stabilità. In una sempre più allucinata lucidità il protagonista giunge infatti a definire il “una specie di mercato”.  

Pozdnysev è colpevole dell’omicidio premeditato nei confronti della moglie,

che egli assassina a coltellate dopo averla colta in un momento di intimità con l’amante.  Ma prima che carnefice – fa intendere Tolstoj – egli è vittima. Pozdnyesev è vittima dello stesso sistema che in tribunale lo ha condannato a pochi mesi di carcere. Dunque entrambi i coniugi sono vittime di una mentalità ormai millenaria, che vede il matrimonio come vincolo e la donna come possesso.

Tolstoj denuncia con fermezza questa concezione,

come emerge da una perfetta sintesi del problema nelle sue stesse parole: “Sono accordati alla donna ogni specie di diritto uguali a quelli dell’uomo, ma si continua a guardare a lei come a uno strumento di voluttà”.

Lo stesso Pozdnysev si rende conto di riuscire a vedere sua moglie come un essere umano soltanto davanti al cadavere:

“Io guardai il viso di lei livido e gonfio e per la prima volta mi dimenticai di me, dei miei diritti, del mio orgoglio. Per la prima volta vidi in lei una creatura umana”. Di fronte all’allarmante frequenza con cui si verifica l’uxoricidio, fenomeno tanto statisticamente in crescita da avere fatto nascere il neologismo “femminicidio”, questo racconto breve conserva ancora grande validità.

Pozdnysev non ha mai smesso di essere il nostro compagno di viaggio.


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