La didattica a distanza: una goffa imitazione

Articolo di Carlo Danelon

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Vignetta disegnata da LibertyClub

Ieri tutti dovevamo avere un cellulare, oggi tutti dobbiamo avere uno smartphone;

ieri potevamo andare in biblioteca per accedere a internet, oggi dobbiamo avere la rete wi-fi in casa; ieri potevamo inventarci una valida scusa, se arrivavamo in ritardo a scuola o al lavoro, oggi non ne abbiamo più. Tutto ciò che ieri era ammissibile, in termini di ignoranza della tecnologia, durante la quarantena è diventato inammissibile: senza poter entrare in contatto da remoto, non abbiamo modo di incontrare i nostri affetti. Per evitare una conseguenza tanto drammatica, dobbiamo adattarci con l’ausilio dei mezzi a nostra disposizione. Dunque, siamo schiavi della tecnologia; se non altro, lo siamo per necessità: molte persone lo erano già per scelta. Ma non si legga orgoglio, nelle mie parole; piuttosto, si colga il rassegnato appello di chi non riesce a concepire una vera contiguità tra reale e ideale, figurarsi tra reale e virtuale.

Dal mio punto di vista sulla questione, dunque, traspare un’evidente impronta platonica: il reale appare copia dell’ideale; il virtuale, copia del reale. Ai tempi di Platone – è chiaro – non si poteva parlare di “virtuale” nel senso che attribuiamo noi, oggi, alla parola. Ma proprio l’interfaccia informatica attraverso cui possiamo interagire con gli altri si è sostituita, nell’epoca contemporanea, alla copia del reale che il filosofo scorgeva nell’arte.

Perciò è illegittimo porre virtuale e reale sullo stesso piano:

le videochiamate non ci permettono di scoprire una nuova realtà, né ce la mostrano in altre forme. Semplicemente, la simulano. Mi permetto di aggiungere che lo fanno in modo goffo, com’è inevitabile. Così, con la didattica a distanza, non abbiamo trovato il modo di rendere reale una vita sezionata e sterile, bensì uno strumento per intraprendere una breve fuga dalla realtà e tornarvi con rinnovato entusiasmo, ossia senza la capacità di migliorarla.

Con ciò non voglio condannare la tecnologia nel suo complesso: il fatto che sia un mezzo eccezionale è innegabile, e senza di essa, durante la quarantena, ci saremmo sentiti ancora più soli di quanto non siamo stati. Allo stesso tempo, però, invito a considerare quanto possa essere pericolosa una concezione della tecnologia che la consideri parte della realtà, ossia in qualche modo fine e non mezzo. La conversazione tra gli uomini si gioca sull’intuizione dell’implicito, sull’interpretazione dei gesti e degli atteggiamenti, sulla distanza e l’adeguamento del proprio modo di parlare – per esempio del volume vocale – alla reazione dell’altro, oltre che dalla consapevolezza di avere un corpo e di potersi avvicinare o meno all’interlocutore.

Tutto ciò, la realtà del dialogo, nelle conversazioni attraverso interfaccia informatica si perde. Sicché possiamo senza dubbio affermare che non si tratti solo di un’imitazione della realtà, ma di una sua imitazione goffa e limitata, come una figura riflessa in uno specchio appannato e deforme. La possibilità di esprimere una reazione con un emoticon, di oscurare il viso dell’interlocutore o ridurne arbitrariamente il volume vocale fino a togliergli la parola: tutte queste caratteristiche dell’interfaccia informatica, insieme a molte altre, riducono il valore della conversazione come articolato confronto di idee e atteggiamenti.

Possiamo allora immaginare quanto sia iniqua la pretesa di svolgere lezioni

in cui il professore usi i “poteri eccezionali” dell’informatica estromettendo ancor più la dialettica, fondamentale mezzo di formazione, dall’attività scolastica. L’inserimento, nel contesto emergenziale, della didattica a distanza, ci è apparso in prima battuta quasi naturale, visto che si prospettava all’orizzonte un lungo futuro di misure restrittive.

Dopo qualche tempo s’è sentita la necessità di giustificarlo; forse, di soddisfare il bisogno di trovare nella crisi delle potenzialità, nella costrizione delle libertà. Allora si è passati a glorificare il valore della didattica a distanza come acceleratore dell’autonomia degli studenti, che avrebbero avuto modo di dimostrare il proprio senso di responsabilità. Concetto nobile, senz’altro; ma appariva piuttosto curioso il fatto che servisse una pandemia per marcarlo, per scoprire infine che era stato menzionato a sproposito.

A un certo punto, infatti, s’è reso evidente che la didattica a distanza sarebbe stata inutile, se non dannosa.

Quale senso di responsabilità individuale è richiesto allo studente, se l’unica novità nella sua vita scolastica è rappresentata dalla totale autonomia nello studio di ciò che, per mancanza di tempo, non viene spiegato dall’insegnante? Nessuno: riceverà sempre una scadenza entro cui presentare il frutto del proprio lavoro, un’indicazione del modo in cui svolgerlo, una valutazione della performance in cui lo espone.

Ciò è sufficiente per alienare dallo studente qualsiasi forma di partecipazione emotiva allo studio, come potrebbe essere quella di chi verso il proprio impegno prova senso di responsabilità o, ancor meglio, passione. Risultato? Alla fine dell’anno scolastico non avrà sfruttato la quarantena per indicare nell’agostiniano “interior intimo meo” il luogo della nostra naturale spinta alla conoscenza, né avrà sentito bruciare in sé il fuoco della curiosità. Avrà soltanto imparato a copiare meglio e continuato a considerare i propri interlocutori scolastici non tanto come maestri, quanto come coloro che impongono e verificano arbitrariamente delle nozioni.

Nel pieno corso di una tragedia epocale,

che coinvolge tutti noi, come si può pretendere che la scuola prosegua nelle sue forme canoniche? Pensare che si possa supplire alle mancanze causate dall’emergenza con l’ausilio di un’interfaccia informatica è molto ingenuo. Perciò oggi l’adattamento della scuola alle limitazioni materiali imposte dalla crisi pandemica è ammirevole nel suo significato simbolico, forse; ma i suoi difetti sono di gran lunga maggiori dei suoi pregi.

Da un lato, infatti, l’importante scopo di mantenere una forma, seppur limitata, di contatto interpersonale, si sarebbe potuto perseguire al di fuori dell’usuale ambito scolastico. Senza la pretesa di scandire le tappe e gli schemi dell’impegno, gli studenti avrebbero potuto affrontare in modo davvero autonomo, sperimentando un approccio di ricerca originale in vista di un obiettivo comune fissato per il nuovo anno, uno studio libero di cui sarebbero stati gli unici promotori e beneficiari. Dall’altro lato i dispregi, somma di quelli propri della scuola “in presenza” e di quelli peculiari della comunicazione tramite interfaccia informatica, appaiono innumerevoli.

L’intero sistema scolastico arranca,

usando mezzi a esso ignoti, dietro una normalità cui sembra volersi attenere a ogni costo, ignaro di ciò che accade al di fuori di sé, come in una corsa ridicola. Se questa poteva essere un’occasione preziosa per riflettere sulla struttura della scuola, sul modo in cui oggi pretende invano di formare degli uomini, prima che dei cittadini e dei lavoratori, ebbene, abbiamo preferito mostrarci forti, capaci di adattamento, inadatti all’estinzione, ma un’alternativa valida, in fondo, non abbiamo voluto cercarla. Perciò la didattica a distanza è la riprova del fallimento del sistema scolastico come mezzo di formazione individuale. È il baluardo della nostra fiera ottusità.

Torneremo nelle aule, prima o poi. Credo che saremo perlopiù contenti, perché potremo lanciare all’aria quelle famose interfacce asettiche che per la nostre psiche sono state tanto insalubri quanto il virus. E dal punto di vista strutturale, nella scuola non sarà cambiato nulla, se non che sapremo usare un po’ meglio i mezzi tecnologici a nostra disposizione.

Ma siamo davvero sicuri che, dopo aver abbandonato il virtuale, vogliamo tornare a quel solito, vecchio reale che affronteremo con entusiasmo, ossia senza un rinnovato spirito critico, e che forse non riusciremo mai, davvero, a cambiare?


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