I turbamenti dell’allievo Törless di R. Musil: un romanzo di ricerca

Recensione di Carlo Danelon

TEMPO DI LETTURA 9 MIN.

Quando, tra il 1902 o il 1903 e il 1905, Robert Musil scrive I turbamenti dell’allievo Törless,

la sua arte è già, più di vent’anni prima della pubblicazione de L’uomo senza qualità, espressione puntuale del suo tempo. Per la sua caratteristica sagacia d’analisi, che ha spinto Musil ad autodefinirsi “Monsieur le Vivisecteur”, la sua narrazione è quasi la filosofia hegelianamente intesa: il proprio tempo appreso. Del resto, ne I turbamenti dell’allievo Törless confluiscono le onde vibranti di tutti i fervori del principio del secolo; anzi stupisce, data la scelta di campo artistica, la sua precocità.

Quasi contemporanea, infatti, è L’interpretazione dei sogni di Freud, che segna la nascita dell’”inconscio” e lo sdoganamento delle inquietudini che ne derivano; a poco prima risale il superomismo di Nietzsche; in quegli stessi anni la prospettiva espansionistica della società di massa suscita l’interesse per la psicologia delle folle. Musil, inoltre, frequenta corsi di filosofia e psicologia sperimentale a Berlino.

Tutto ciò è già presente, e vivo, seppur sotto traccia e di riflesso,

ne I turbamenti dell’allievo Törless – anzi: nei turbamenti dell’allievo Törless. Il titolo del romanzo, infatti, ne riassume con efficacia il contenuto. La trama è scarna: accade poco; ogni fatto è importante; la narrazione si svolge in un periodo limitato di tempo, dopo una rapida descrizione del viaggio che porta il protagonista, Törless, nel prestigioso Convitto di W.

Così gli elementi fisici del racconto sembrano quasi rispettare le unità aristoteliche: è evidente che Musil si muova perlopiù nel campo delle necessità narrative, quando li sceglie; e che, per il giovane autore, l’unico scopo del romanzo sia indagare l’interiorità del suo protagonista. Questi, allora, assume i tratti di un adolescente silenzioso, timido, intelligente, solo. 

Un giovane alla ricerca:

scisso, sempre scisso, e spaesato, e solo, e stanco, sempre stanco. Stanco perché siderale appare la distanza tra sensazione ed espressione:

Non appena esprimiamo una cosa, per qualche motivo la svalutiamo. Crediamo di essere discesi nelle profondità degli abissi, e invece quando torniamo alla superficie la goccia d’acqua che brilla sulla punta delle nostre pallide dita non somiglia più al mare dal quale proviene

si legge nelle righe di Maeterlinck poste a epigrafe del romanzo. Törless è dunque alla ricerca di qualcosa che non si riesce a esprimere, come di una maglia della grande rete che è il mondo, da cui si possa risolvere il mistero della natura.

Significative, nell’ambito di questa frattura, sono le figure dei genitori. L’autore si limita a tratteggiarle con poche osservazioni di carattere generale; appaiono come una quieta coppia borghese, affettuosa ma incapace di comprendere a fondo il figlio: “luminosa”, per usare una definizione cara a Musil.

Di contro, l’atmosfera del convitto, con cui dialogano e di cui inevitabilmente risentono i pensieri di Törless, è scura; tenebrosa, l’umanità che vi abita, e cupi e tortuosi i sentieri della vita interiore del protagonista. Questo dissidio si manifesta prima nella forma di una “nostalgia” che egli pensa di sentire verso i genitori; poi, nel distacco che si fa palese con l’incapacità da parte degli uni di cogliere lo stato d’animo dell’altro.

A influenzarlo, in tal senso, e a dare al convitto il suo cupo carattere, sono tre personaggi:

Reiting e Beineberg, compagni astuti e spregiudicati, e Basini, un giovane debole ed effeminato. Questi rappresentano gli autori di quella che, nella psiche di Törless, non costituisce la crescita propria dei Bildungsroman, bensì lo specchio della sua ricerca spirituale. Piccola società a sé, essi incarnano nel romanzo lo spirito del tempo.

La vicenda prende le mosse da un episodio, un furto, i cui contorni si stagliano sempre più grandi nelle implicazioni astratte che ne scaturiscono. Basini, il ladro, diviene vittima delle sevizie crudeli di Reiting e Beineberg, sotto gli occhi dapprima severi, poi diffidenti, infine estraniati e contrari di Törless. I torturatori, forti della conoscenza del furto e della colpa di Basini, infliggono al povero ragazzo, in un solaio abbandonato, ferite e umiliazioni che per poco non lo conducono alla morte.

In breve, diventa la cavia perfetta per i loro esperimenti.

Questi oscillano tra il misticismo e il mito dell’Oriente coltivati dal glaciale Beineberg e la fame di potere del sadico Reiting, nel contesto di un superomismo piuttosto immaturo. Nei loro confronti Törless prova, dapprima, rispetto, perché ha bisogno di figure in grado di rappresentare ai suoi occhi una guida.

Ma presto uno spettro irresistibile si annida in lui: la fermezza morale con cui inizialmente esige una punizione per il ladro Basini vacilla, quando egli è “esposto alla tempesta dei sentimenti di solitudine e voluttà”.  E in particolare, in prima istanza, è la scoperta della sensualità – non del sesso – che spinge Törless alla disperazione. Proprio nella sensualità, nell’inspiegabile forza con cui coinvolge i suoi sensi il grido silenzioso della carne, al di là di ogni convenzione e oltre il raziocinio, nell’aura dei sogni che tempestano la sua confusa visione della realtà, egli pensa di intercettare la sua superiorità sugli altri. Una superiorità ingenita, a dire il vero, espressa in un tono di superbia giovanile e soltanto ora così evidente. Oltre che soltanto ora, per le forme in cui si palesa, tanto vergognosa. 

Per convivere con queste presenze, si rende necessaria una consapevolezza nuova:

Una grande idea matura solo a metà nel cerchio di luce del cervello, l’altra cresce sul fondo oscuro dell’anima. Essa è soprattutto uno stato d’animo, sulla cui punta estrema il pensiero pesa come un fiore.

Sulle sue riflessioni grava come un macigno l’incontrollata, e perciò inquietante, ombra dell’inconscio. A questo punto, è chiaro, la “sensualità” assume contorni più ampi ed è parte fondamentale della ricerca condotta da Törless.

Questa prende le mosse dall’intelletto: l’allievo s’interroga dapprima sui “numeri immaginari”, restando deluso dalle risposte evasive del professore, poi su Kant, della cui filosofia, tuttavia, da un libro non capisce nulla. Così è costretto a rassegnarsi con una soffocante impressione di stanchezza. Vana, poi, risulta essere anche la speranza, non priva di scetticismo, con cui assiste all’esperimento di ipnosi condotto da Beineberg su Basini: anche la via del misticismo irrazionale, allora, gli appare incapace di ricomporre l’indefinibile frattura.

In una sorta di rassegnazione,

dunque, per quanto possa sembrare strano, si attenua il conflitto interiore di Törless: “Si era chiusa una fase di sviluppo, l’anima, come un giovane albero, aveva aggiunto un nuovo anello”. Il superamento della scissione – per usare un’espressione di stampo hegeliano – è costituito dall’accettazione della lacerazione tra l’io e il mondo: per tornare a Kant, con l’accettazione critica di un limite.

E il romanzo, nello slancio lirico di una coscienza ormai piuttosto quieta, si chiude con l’immagine della madre: topos eterno, carico però di una nuova, tortuosa simbologia novecentesca.


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