I Quaderni di Malte Laurids Brigge – di M. R. Rilke

Recensione di Carlo Danelon

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In una lettera del 10-11-1925 a W. von Hulewicz, dopo aver brevemente narrato la cruenta vicenda di un omicidio tra consanguinei, Rilke scrive:

“Ma così nulla s’è detto e nulla aggiunto. Frammentari come sono, tutti questi episodi hanno il compito d’integrarsi l’un l’altro dentro il Malte, a guisa di mosaico”

(Lettere da Muzot)

Nelle parole dell’autore

è condensata la definizione più formalmente acuta di un testo apparentemente informe quale “il Malte”. Così i Quaderni (1910), di cui Rilke attribuisce la paternità all’alter ego Malte Laurids Brigge, vivono di una serrata, complessa trama di tessere: storie e ritratti brevi e acutissimi, talvolta fitti sino all’ossessione. Molte supposizioni possono spendersi sul senso della linea che, valicando gli spazi a separazione dei frammenti, compone il grande disegno; ma tutte vane e superflue. La prosa rilkiana, infatti, che merita forse più di ogni altra, se mai quest’abusata definizione si possa usare, l’epiteto di “prosa poetica”, è una prosa dell’intuizione.

Non potrebbe essere altrimenti: trabocca di immagini vividissime,

di una vita angosciosa e magmatica in cui, all’occhio dei posteri, rilucono tutte le violente inquietudini dell’inizio del secolo. Perciò oggi possiamo affermare, senza alcun dubbio e, anzi, con il sospetto di scadere nella banalità, che si vede nei Quaderni una raffigurazione paradigmatica della condizione umana in uno stato di crisi. Mi riferisco a quella particolare condizione che al principio del ‘900 si manifestò in tutte le arti e implicò un radicale cambiamento del rapporto tra l’io e il mondo. Ciò si rende evidente, in particolare, nella narrativa di stampo omodiegetico: in una prosa nuova, che mette il lettore nei panni larghi, un po’ lisi del protagonista, e che insieme lo estrania dallo svolgersi concreto della sua stessa vita.

Questo vertiginoso contrasto vibra, nel Malte, nella costante tensione all’angoscia –

parola, questa, centrale e frequentissima nel testo – di un uomo privo di sicurezze, vittima delle infinite minacce cui lo espone il sostrato spaventoso del mondo. Si nota allora un dissidio tra l’io del protagonista e una realtà dove egli proietta il suo morboso, divorante attaccamento alla vita, spinto dalla vena espressionistica dell’autore fino al macabro, al grottesco. È dunque semplice affermare che nel Malte si condensano – per usare il lessico alchemico, tanto caro a Rilke – le principali suggestioni simboliste.

Tuttavia bisogna ricordare che ridurre i Quaderni alla rappresentazione di una crisi

nel rapporto tra l’io di Malte e la realtà della Parigi in cui egli vive è fuorviante. Altrettanto stretto, infatti, appare il legame tra Malte e il suo passato; altrettanto urgente sembra il ricorso alla riflessione esistenziale. Così nei Quaderni convivono almeno due diversi piani: quello cittadino, del presente, che apre il testo, e quello danese, casalingo del passato. In quest’ultimo la prosa di Rilke, insieme all’argomento, cambia, e, allontanandosi dalla stringente frenesia della narrazione al presente, si distende nella solennità di un’arte e di una memoria prettamente nordiche. Nordiche appaiono, infatti, le corde profonde su cui si muovono le dita del poeta: nel tono esistenzialista d’ascendente kierkegaardiano; nella familiarità con l’idea della presenza degli spiriti; persino nelle ambientazioni, giacché Malte, il giovane alter ego del poeta, è danese.

La lingua di Rilke si netta allora di ogni ruvidità

per consegnare al lettore il ritratto memorabile di alcune figure dell’infanzia di Malte. Su tutte, quella della madre, chiamata aristocraticamente maman, e quella di Abelone, primo, indimenticato amore di Malte, nella cui pallida grazia è facile, e insieme fuorviante, vedere una nuova Lotte. La giovane amata da Werther, infatti, se appare più dolce, forse, nei modi d’idillio, non è altrettanto limpida e sottile. Abelone, comunque, la segue in quel breve, fondamentale filone di amate che, in un gioco di rimandi continui, conduce dalla Nouvelle Eloise di Rousseau al minuto bozzetto di Rilke. Archetipo antichissimo e quanto mai vivo al principio del secolo scorso, ancora, altra figura femminile di particolare rilievo è, come si diceva, la madre di Malte, la quale intreccia col bambino un legame di complicità descritto da Rilke nei termini della più immediata poesia.

Ma la prosa del Malte, sempre restia alla quiete, non si esaurisce certo in un idillio nostalgico della prima giovinezza:

il ricordo, come spesso accade, s’innesta per analogia, e a un tratto il pensiero dei vicini di casa può spandersi fino a diventare uno dei racconti più luminosi, profondi, tragicomici del testo: quello del vicino russo Kusmic che, vinto dalla vertigine del tempo, non si alza più dal letto e tutto il giorno recita poesie. Ancora, dal passato personale si muove al passato collettivo, e la storia, nei termini episodici delle leggende, s’infiamma in una lingua che non disdegna l’orrido e non è mai uguale a se stessa, sempre adeguata alla materia narrativa.

Dalla storia collettiva, infine, si muove, nella fiducia per la sua potenza rinvigorente,

al passato remoto ed evanescente della parabola biblica. Così l’ultimo racconto del Malte è una toccante rivisitazione, ricca di sottili implicazioni psicologiche, della vicenda del figliol prodigo. Ed è forse lecito supporre, un po’ romanticamente, che l’autore abbia seminato, tra le righe di quest’ultimo frammento, una definizione programmatica dell’atteggiamento di Malte verso la vita e il mondo, che è poi l’atteggiamento di Malte verso se stesso e ciò che emerge da tutto il grande, variegato mosaico dei Quaderni.

Il figliol prodigo, secondo Rilke, scappa perché non sopporta di essere amato,

né vuole amare: perché “il segreto della sua vita” gli si apre davanti quando comincia a “correre per non avere più tempo né fiato, per non essere più che un leggero istante nel quale il mattino prende coscienza”. Così, per recuperare un legame davvero profondo con quanto gli è urgente raggiungere, egli deve recidere quei legami che sembrano ostacolare la sua sete di vita e che al contempo, finora, hanno costituito tutta la sua esistenza. A spingere alla fuga il figliol prodigo, dunque, è la lacerazione tra un inappagabile attaccamento alla vita e un rapporto con la realtà tanto spinoso da diventare un rifiuto.

Così forse anche Malte, come il figliol prodigo, “non amava, soltanto amava essere”:

e il lettore, al termine della lettura, non può amarlo se non per essere stato – perché tutto il “mosaico”, nel suo alternarsi di piani, sfugge alla linearità e al realismo con questo solo scopo: di farlo essere, di non farlo semplicemente esistere. E ci riesce.


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