Hoops ‘n bars: quando NBA e musica Hip Hop si incontrano

Recensione di Jacopo Stefani

TEMPO DI LETTURA 10 MIN.

Come ho avuto modo di constatare di persona nell’avanguardistico Barclays Center di Brooklyn,

la prima cosa che colpisce accomodandosi ai propri posti in un palazzetto di basket a stelle e strisce, dopo l’atmosfera generale e la lucentezza ipnotica del parquet, è proprio la colonna sonora a prevalente tema rap/trap in attesa dell’inizio della partita: tutto meno che raro sentir risuonare dalle casse dell’arena un ipnotico ritornello di Travis Scott, l’ennesima hit da Billboard di Dababy o, in tempi più recenti, il beat di colpo così triste di “Dior” del compianto Pop Smoke gustandosi un hot dog comprato poco prima e guardando i giocatori iniziare il riscaldamento.

Distogliendo per un attimo il focus dalla singola partita, e spostandolo invece sulle due discipline in concezione più ampia, si può vedere facilmente come il legame tra National Basketball Association e musica Hip Hop sia molto più profondo e radicato nel tempo rispetto ad un semplice rapporto di convenienza: vuoi perché, molto spesso, rapper e giocatori sono riusciti ad emergere dagli stessi (e non troppo sereni) contesti sociali, vuoi perché l’ambiente di aggregazione sportiva e, prima ancora, sociale del campetto (fondamentale per la cultura cestistica americana) ha sempre avuto una vicinanza ideologica molto forte con questo genere nato, cresciuto e sviluppatosi nelle strade, vuoi perché, in entrambe le discipline, chi arriva in alto si ritrova negli stessi ideali di sacrificio e duro lavoro per migliorarsi, ad oggi non si contano più gli artisti in prima fila per supportare la squadra della propria città, le collaborazioni più disparate tra i due mondi e, meno che mai, le barre che i rapper dedicano, più o meno direttamente, ai loro colleghi della palla a spicchi.

Che siano semplici giochi di parole o autentiche dichiarazioni di stima, in questa prima parte di articolo ho raccolto 5 di queste citazioni (non in ordine cronologico, ndr), a ognuna delle quali affiancherò una breve spiegazione. Detto questo, buona lettura.

1. “And you can live through anything if Magic made it”

Kanye West, “Can’t Tell Me Nothing”

L’anno è il 1991: Earvin Johnson, universalmente conosciuto come “Magic”, si trova nel punto più alto di una carriera stellare, condita da 5 titoli NBA vinti con i Los Angeles Lakers (il primo dei quali a 20 anni, risultando peraltro il miglior giocatore delle finali) e da anni di duelli passati alla storia con l’altra grande superstar, e leggenda del gioco, di quegli anni: Larry Bird dei Boston Celtics.

Proprio quando sembra che niente potrebbe andare meglio, e i suoi visionari passaggi incantano le platee di tutta l’America, ecco che dall’infermeria arriva una notizia terribile: Magic ha contratto il virus dell’immunodeficienza umana, meglio conosciuto come HIV. In un’epoca dove, sull’argomento, regnavano incontrastati pregiudizio, paura e disinformazione, la superstar non può far altro che annunciare il suo ritiro con una conferenza stampa che getta nello choc l’intero mondo sportivo; Magic, tuttavia, non vuole smettere con lo sport che ama e, prodigandosi per creare informazione sull’argomento, riesce non solo a migliorare di molto la percezione della malattia agli occhi dell’opinione pubblica, ma addirittura a tornare a giocare, vincendo un oro olimpico con il “Dream Team” statunitense nel 1992.

Con questa barra, contenuta nell’album “Graduation” del 2007, Kanye vuole quindi dirci di tenere sempre alta la testa: per quanto un periodo ci possa sembrare brutto, se Magic è riuscito a rialzarsi dopo la tragedia capitatagli ognuno di noi può superare i suoi momenti più bui.

2. “Kobe Bryant mind state, I’m shootin’ ‘till I’m accurate”

Jay Rock, “Numbers on the Board Freestyle”

Mai sentito parlare di “Mamba Mentality”? L’espressione, diventata immortale dopo la tragica (e recente) scomparsa della bandiera di Los Angeles, sponda Lakers, racchiude bene al suo interno l’ossessiva volontà di Kobe di migliorarsi continuamente e di essere sempre un passo avanti a tutti con la palla in mano: è noto che il nativo di Philadelphia arrivasse agli allenamenti due ore prima e se ne andasse due ore dopo rispetto al resto della squadra, si fermasse dopo ogni partita a tirare 400 tiri (rigorosamente tenendo il conto a mente), riprendesse verbalmente i compagni che scherzavano durante le partite e, addirittura, avesse imparato almeno 4 lingue solo per poter fare trash talking (sfida verbale lanciata ad un avversario per deconcentrarlo durante una partita, ndr) ai giocatori stranieri nella loro lingua madre.

Allo stesso modo un giovane Jay Rock, in questo freestyle pubblicato l’anno successivo alla sua entrata in Top Dawg Entertainment, proclama la sua volontà di continuare a lavorare duro per migliorare la sua musica: intento poi avveratosi, poiché nel 2011 il suo disco d’esordio “Follow Me Home” vanterà collaborazioni con nomi del calibro di Rick Ross e Lil Wayne e sarà il primo di una fortunata carriera, culminata con le hit “King’s Dead” e “Wow Freestyle” insieme all’amico Kendrick Lamar.

3. “And that’s around the time your idols become your rivals / you make friends with Mike, but gotta A.I. him for your survival”

Drake, “Thank Me Now”

Nel 2010, anno di uscita del suo secondo disco “Thank Me Later”, Drake sta piano piano cementando la sua posizione all’interno della scena musicale, che lo porterà poi a diventare uno degli artisti di maggior successo della nostra generazione; è ancora ai suoi primi passi, ma mostra già una sicurezza e una fiducia nei suoi mezzi artistici non indifferenti.

Entrando in questo mondo il nativo di Toronto si accorge che spesso, nel mercato musicale, sarà costretto a mettersi in competizione, e a battere, proprio quegli artisti che tanto aveva ascoltato e ammirato da ragazzino: in pieno stile Drake, dipinge questa contraddizione citando niente meno che due leggende del gioco, Sua Maestà Michael Jordan e il piccolo grande uomo (183 cm,  ma parliamo sempre di un giocatore NBA) Allen Iverson, nel momento più memorabile che vide contrapposti i due da avversari.

Il 12 marzo 1997, quando A.I. era solo un rookie (giocatore al primo anno in NBA, ndr) durante una partita si trovò ad essere marcato da MJ in persona; non troppo intimorito dallo status leggendario del giocatore dei Bulls Iverson (che, come dichiarò successivamente, era cresciuto ammirando proprio le giocate di Jordan) lo mandò al bar con una finta e gli segnò un gran canestro in faccia.

Il ragazzo sarebbe poi diventato un MVP (Most Valuable Player) e una delle guardie più forti mai passate per l’NBA, esattamente come Drake sarebbe arrivato alla fama mondiale e a superare perfino i numeri del suo mentore, Lil Wayne.

4. “Said she need a ring like Carmelo”

Frank Ocean, “Nikes”

Negli Stati Uniti pochissimi artisti hanno saputo fondere Hip Hop e R&B con la stessa maestria e pulizia di Frank Ocean: il nativo di New Orleans, ma cresciuto a Los Angeles, si è ritagliato uno spazio molto importante nella scena come ghostwriter prima e come artista, grazie a due capolavori come “Channel Orange” (2012) e “Blonde” (2016), poi.

Uno dei tratti distintivi della sua opera, oltre alle musicalità intime e soffuse e ai testi profondi sull’amore e la stima in sé stessi (Ocean fu il primo artista R&B americano a dichiarare apertamente la propria bisessualità) sono proprio i suoi iconici ritornelli, che coniugano una suprema scelta di beat evocativi alla sua voce vellutata creando dei veri e propri viaggi spirituali nella mente dell’ascoltatore; quello di “Nikes”, intro di “Blonde”, è sicuramente uno dei più famosi e meglio riusciti, e tra le righe si legge anche una citazione ad un grande campione NBA.

Stiamo parlando di Carmelo Anthony, realizzatore di livello stellare, che ha acceso i cuori di molti ragazzi della mia generazione con le maglie di Denver Nuggets e New York Knicks, non riuscendo però mai a compiere lo step finale per accrescere ancora di più il livello della sua (formidabile) carriera: vincere un titolo NBA, che in America viene chiamato “Ring”. In questo ritornello, una vera e propria denuncia al materialismo, Ocean parla con una ragazza, che dice di aver bisogno di un anello; esattamente come Melo, che ne ha però bisogno per meriti sportivi (e per far scendere una lacrimuccia a tanti fan) e non certo per avidità personale.

5. “And y’all scared I can tell / That I’ma get Bucks like Milwaukee, ‘cause like Sam I ca’ sell”

Jadakiss, “Put Your Hands Up”

Se si parla puramente di punchline (ma anche a livello generale, secondo la mia modestissima opinione) nell’HH si contano sulle dita di una mano gli MC superiori a Jadakiss, che dai giorni del gruppo a cui era affiliato, “The Lox”, ha sempre mantenuto la barra altissima quanto a penna e giochi di parole, contribuendo senza dubbio alla notevole fama lirica della East Coast.

Questa barra, tratta dal suo disco d’esordio solista “Kiss Tha Game Goodbye” del 2001, è una di quelle che lo esemplificano meglio: Jada dice che tutti sono spaventati perché sanno che guadagnerà soldi (“get bucks”) e cita Milwaukee perché, guarda caso, la squadra cittadina si chiama proprio Milwaukee Bucks, squadra che in quegli anni era nettamente una delle più forti della Eastern Conference (uno dei due “gironi” di 15 squadre in cui è divisa l’NBA, semplificando, ndr) e proprio nel 2001 arrivò ad un passo dalle Finali NBA, perdendo di un soffio una combattutissima, e molto controversa, finale di conference contro i Philadelphia 76ers di, guarda un po’, Allen Iverson (mi sa che a questo punto dell’articolo qualcosa ricorderete…).

Ad ogni modo, oltre ad un giovanissimo Ray Allen, chi era il leader di quella squadra? Un playmaker tanto dal buon tiro e passaggio quanto dalla lingua lunga, che rispondeva al nome di Sam Cassell. E perché Jada riuscirà a guadagnare soldi? Perché lui – e si può capire cosa – sa vendere (“can sell”, che in slang diventa “ca’ sell”); non credo di dovervi spiegare quanto sia geniale, e quante skills artistiche richieda, una barra del genere.

Nota dell’autore: Sam “I Am” (chiamato così a causa del suo carattere non proprio facilissimo da gestire) viene purtroppo ricordato estremamente poco ai giorni nostri, ma stiamo pur sempre parlando di un playmaker di livello assoluto, che si è anche portato a casa 3 titoli NBA.


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